Theme of the year

English version below

Nyahururu, ottobre 2010

Carissimi amici,
Questo mese il St. Martin ha celebrato come ogni anno la giornata dei volontari. È stato un modo per ringraziare tutti coloro che lavorano sodo ogni giorno nell’anonimato e nei villaggi più sperduti nei distretti del Nyandarua e Laikipia per le persone più vulnerabili del loro paese. Questi volontari sono la nostra ricchezza, sono le nostre “spie”! Senza di loro il St. Martin potrebbe fare ben poco. I territori sono immensi, i beneficiari sono infiniti e sarebbe impossibile per noi gestire il tutto da soli. Tutte queste persone (uomini, donne, anziani, giovani, cattolici, protestanti, musulmani, etc) riescono ad essere i nostri occhi, le nostre orecchie e anche le nostre braccia là dove noi non arriviamo.

Dear friends,
This month, like every year, St. Martin has celebrated the volunteer day. It was a way to thank all those who work hard every day in anonymity and in the most remote villages in the districts of Nyandarua and Laikipia for the most vulnerable people of their country. These volunteers are our treasure, our “spies”! St. Martin wouldn’t have done much without them. The territories are immense, the beneficiaries are endless and it would be impossible for us to manage it all by ourselves. All these people (men, women, elders, young people, Catholics, Protestants, Muslims, etc) manage to be our eyes, our ears and our arms even where we do not get.

Sono stati organizzati due appuntamenti in modo tale da poter coprire tutte le zone in cui il St. Martin opera e di conseguenza tutti i posti dove si trovano i nostri volontari. Tutto lo staff si è diviso in 5 gruppi e ogni gruppo era incaricato di una certa area. La celebrazione è iniziata, la domenica, durante la Messa in diverse Chiese (cattolica, protestante, pentecostale, etc.) durante le quali è stato presentato da alcuni membri dello staff il tema dell’ anno: “Un ponte è abbastanza?”.

Two events were organized in such a way as to cover all the areas where the St. Martin operates and consequently all the places where our volunteers are based. All the staff was divided into five groups and each group was in charge of a particular area. The celebration began on Sunday, during a Mass happening in different churches (Catholic, Protestant, Pentecostal, etc.) during which the theme of the year was presented by some staff members : ” Is a bridge enough?”.

Grande domanda! A volte crediamo davvero di sapere quali siano i bisogni delle persone e di aver la soluzione in mano. Vediamo un poveretto per la strada, gli diamo qualche monetina, pensiamo di aver risolto il problema e ci sentiamo a posto con noi stessi. Hanno davvero bisogno i disabili solo di un po’ di fisioterapia? Sono abbastanza le medicine per i bambini malati di AIDS, un chapati per il ragazzo di strada, un po’ di analisi per una ragazza abusata? Più lavoriamo con tutte queste persone e più ci rendiamo conto che puoi anche soddisfare i loro bisogni immediati, puoi guarire i loro corpi ma per alleviare le sofferenze dei loro cuori … la strada è molto più lunga! Dopo la liturgia c’è stato un momento di condivisione di storie ed esperienze, un po’ di canti e balli e infine abbiamo pranzato tutti assieme.

Big question! Sometimes we truly believe to know what the needs of the people are and to own the solution in our hands. We see a poor man on the street, we give him some coins, we think we have solved the problem and we feel good about ourselves. Do disabled people really need just a bit ‘of physiotherapy? Are the medicines for children suffering from AIDS enough? a chapati for a street kid, a bit ‘of analysis for an abused girl? The more we work with all these people and more we realize that we can meet their immediate needs, we can cure their bodies but to comfort their hearts… the way is much longer! After the liturgy we had time to share stories and experiences, a bit ‘of singing and dancing and then we had lunch together.

ottobre 20101.

ottobre 2010_12.

1. Presentazione del tema: “È un ponte abbastanza?”
2.Ragazzi di strada animano la folla di volontari con i loro canti e balli
1.Introduction to the topic: Is a bridge enough?
2.Street children warm up the crowd of volunteers with their songs and dances.

Mi rendo sempre più conto cari amici di quanto sia bella la gratuità. Fare qualcosa non solo perché ci viene chiesto o perché ne siamo obbligati ma semplicemente perché lo vogliamo non ha prezzo! Credo che le mie più belle esperienze e le più grandi soddisfazioni della mia vita siano venute tutte dal volontariato: in Italia così come qui in Kenya. I soldi ci rendono solo schiavi degli eventi ma il volontariato ci rende liberi! Qui di seguito vi scrivo la preghiera del St. Martin con cui ogni martedì mattina iniziamo la settimana, più o meno tradotta fa così:

“Padre nostro,
allontana da noi ogni egoismo e rendici pronti a donare liberamente
così come liberamente abbiamo ricevuto.
Gesù nostro fratello,
lasciaci seguire il tuo esempio,
prendendoci cura di chi ne ha bisogno,
ricordandoci sempre che il più grande è colui che serve di più e che il primo è l’ultimo di tutti.
Spirito d’ Amore,
legaci insieme contro colui che cerca di dividerci,
e garantiscici perdono e misericordia.
Ti ringraziamo Signore per la gioia di condividere le nostre vite con i poveri
e per guarire i nostri cuori.”
(Preghiera comunitaria del St. Martin)

Un abbraccio a tutti e a presto!

Alessia

Dear friends I become more and more aware of how beautiful donating is . Doing something not only because we are asked or because we are obliged, but simply because we want it is priceless! I think that my best experiences and the greatest satisfactions of my life came all from charity work: in Italy as well as here in Kenya. Money will only make us slaves of events but charity work makes us free! Here I write the prayer of St. Martin with which we start the week every Tuesday morning, roughly translated goes like this:

“Our Father,
Keep us from selfishness and make us ready to give freely as we have freely received.
Jesus our brother,
let us follow your example,
taking care of those who need it,
always remembering that the greatest is the one who serves the most,
and that the first is the last of all.
Spirit of love,
bound us together against those who seek to divide us,
and assures us forgiveness and mercy.
Thank you Lord for the joy of sharing our lives with the poor
and to heal our hearts. “
( Community Prayer of St. Martin)

Hugs,
see you soon!

Alessia

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Uallai! Chapter 2

1

 

English version below

Uallai!, “Ovvero Domé’ Oshkarpà, il migrante a cui estraemmo il Sahara dalle orecchie, e altre veridiche storie di buona integrazione”, è caratterizzato da una serie di storie brevi in cui fanno capolino diversi protagonisti: il sempre presente educatore, operatore, mediatore, amico, multifunzionale e poliglotta, e, andando per ordine: Domè’ Oshkarpà, Antò El Fijod El Obenzinah, marchigiani, Jowhan’in El Freh, piemontese, Behr To’ El Furehgh’in, veneto, Ghafiu Kalham Id Darhu, siciliano. No, non sono immigrati di seconda generazione.  Sono migranti, trovatisi a passare dal nostro paese. Non ci viene detto da dove vengono, in realtà non è importante, sappiamo solo che hanno una padronanza dialettale che invidio (non parlando alcun dialetto, quando viaggio, inconsciamente copio l’accento della regione in cui mi trovo e temo che mi diano delle “straniera”. Che probabilmente sono.)

Mi ero preparata al momento  della “recensione”, sapevo che sarebbe stata difficile, seria, pesata, quasi autorevole ed invece, ah ha, ho trovato una via d’uscita degna di Inception. Del resto gli stessi autori premettono di non aver scritto né un manuale né un saggio. Scrivono di migranti vivi, su cui i media non si soffermano, a meno che qualche esponente della lega non si guadagni la scena con interventi di spessore ideologico e letterario (nonché grammaticale).

 

Uallai!, “In Other words Domé’ Oshkarpà, the migrant to whom we pulled out the Sahara from the ears, and other truthful stories of successful integration,” is characterized by a series of short stories in which different actors pop up: the ever-present teacher, operator, mediator, friend, multifunctional and multilingual, and, in order: Domè ‘Oshkarpà, Anto El Fijod EL Obenzinah, Marchigian, Jowhan’in El Freh, Piedmontese, Behr to’ El Furehgh’in, Venetian, Ghafiu Kalham Id Darhu, Sicilian . No, they are not second-generation immigrants. They are migrants, finding themselves crossing our country. We were not told where they came from, in the end it is not important, we only know that they have a mastery of dialect that I envy (not speaking any dialect, unconsciously when I travel, I copy the accent of the region where I am and I’m afraid people consider me a “foreigner”. That perhaps I am.)

I got ready for the “review” time, I knew it would have been difficult, serious, pondered almost authoritative, instead, ha ha, I found a way out worthy of Inception.
Moreover, the same authors preliminary matter that they have not written, nor a manual or an essay.
They write about living migrants, on whom the media do not spend time, unless some members of the Lega party will not gain the scene with profound ideological and literary (as well as grammatical) speeches.

 

Monsù.

Sembrerebbe che questa parola possa spiegare in un solo paio di righe un libro di duecento pagine.

 

«Jowhan’in El Freh, posso chiederti cosa significa “Monsù”?»

«Pichè chiel al è amportant, confacentemente lo ciam Monsù.»*

 

*piemontese

 

Le parole, il loro significato e la loro origine mi hanno sempre affascinato. Potrei perdermi dietro l’etimologia di una parola per anni. Il linguaggio ci mostra la storia, una logica di pensiero, che agisce nel comportamento e di riflesso anche un’interpretazione della direzione futura. Non sono un membro dell’Accademia della Crusca, né un esperto linguista, ma come tutti gli autodidatta, ho le mie idee e, per avvalorarle, cerco le giuste informazioni [0] . Visto che la parola Monsù aveva destato la mia curiosità, nonostante la facile intuizione da mezza veneta, feci ciò che fanno tutti gli autodidatta che cercano di uscire indenni da una recensione dellibrochestannopromuovendoperchèhannolavoratoallacopertina.

Google it (in italiano, googolalo? Si accettano suggerimenti)

 

Ovviamente i vari dizionari riportano tutti, parola più, parola meno:

 

Monsù [1]

[mon-sù] n.m. invar.

(region. sett.*) signore

Etimologia: ← adattamento it. del fr. monsieur ‘signore’.

 

*usato nelle regioni settentrionali (nel nostro libro da Jowhan’in El Freh, piemontese)

 

 

Monsù.
It seems that this word could explain a book of two hundred pages with just a couple of lines.

“Jowhan’in El Freh, may I ask what” Monsù ‘ means? “
“Pichè chiel al è amportant, confacentemente lo ciam Monsù” (I call Monsù who is important) *

* Piedmontese

The words, their meaning and their origin have always fascinated me.
I could lose myself for years behind the etymology of a word. The language shows us the history and a logic of thinking, embraced by a behavior, and by reflex, an interpretation of the future direction.
I’m not a member of the Accademia della Crusca, nor an expert linguist, but like all self-taught, I have my own ideas, and to corroborate them, I am looking for the right information [0].
As the word Monsù had aroused my curiosity, despite the easily assumption coming from being half Venetian, I did what all the self-taught  do when seeking to emerge unscathed from a review onthe-book-they-are-promoting-because-they-have worked on the cover.
Google it (in Italian, googolalo? Suggestions are welcome)

Obviously, several dictionaries contain the following, word more world less:

 

Monsù [1]
[mon-up] n.m. Invar.

(north regions. *) Lord
Etymology: ← adapt it. from fr. Monsieur ‘sir’.

* used in the northern regions (in our book Jowhan’in El Freh, Piedmontese)

 

Ciò che non appare nei dizionari e che rappresenta il mio cavallo di Troia in questa recensione è una descrizione, che appare sul sito di un’omonima attività commerciale siciliana in cui mi sono imbattuta accidentalmente:

Monsù [2]
Il nome Monsù deriva dall’appellativo di rispetto che utilizzavano i Siciliani per designare i cuochi francesi di servizio nelle famiglie aristocratiche durante il Regno dei Borboni, nel XIX secolo. La parola Monsieur venne via via storpiata dall’uso e dal dialetto fino a trasformarsi in Monsù (o Monzù secondo la versione prevalentemente napoletana).

Cuochi abili e raffinati, carismatici artisti dei fornelli, i Monsù hanno contribuito notevolmente alla creazione dei capolavori culinari che hanno reso famosa la gastronomia siciliana nel mondo, unendo la ricca tradizione isolana, già dotata di molteplici influenze – soprattutto mediorientali, alla raffinata cuisine francese.

 

What does not appear in dictionaries and that is my Trojan horse in this review is a description, which appears on the website of a namesake business in Sicily towards which I came across by accident:

Monsù [2]
The name Monsù comes from  a respectful epithet that the Sicilians used to designate the French chefs that served aristocratic families during the reign of the Bourbons, in the nineteenth century. The word Monsieur was gradually crippled by the use of the dialect turning into Monsù (or Monzù, mainly Neapolitan version). Skilled and refined cooks, charismatic artists of the stove, the Monsù have contributed greatly to the creation of culinary masterpieces that made famous Sicilian food in the world, combining the rich tradition of the island, already full of influences – especially from the Middle East, to the fine French cuisine.

 

Scavando un po’ più a fondo, sempre online s’intende, mi imbatto in altre definizioni più approfondite di questo fenomeno.

L’Accademia della Cucina Aristocratica Napoletana, ad esempio, spiega come Monzù fosse un “titolo onorifico concesso ad alcuni maestri chef francesi che le famiglie aristocratiche napoletane assunsero presso di se” [3]. In realtà la maggioranza di questi chef erano locali, che dopo aver subito l’influenza francese, iniziata da Maria Carolina D’Austria [4], diedero vita ad una nuova era della gastronomia partenopea che fuse magistralmente due approcci così diversi.

Ma la più affidabile ed oggettiva sembrerebbe la seguente (soprattutto per quanto riguarda l’identificazione geografica):

Monzù/Monsù

«traduzione dialettale napoletana e siciliana della parola francese monsieur. Monzù erano chiamati nei secoli XVIII e XIX i capocuochi delle case aristocratiche in Campania e in Sicilia perché, in epoca d’influenza gastronomica francese, niente più di un titolo francesizzante pareva premiare l’eccellenza, anche se essi di solito francesi non erano.» [5]

 

Ed ecco che, tutt’un tratto, un Piemontese ed un Siciliano si ritrovano con una parola dialettale in comune.

 

Digging a bit ‘deeper, online of course, I run into other more detailed definitions of this phenomenon.
The Academy of aristocratic Neapolitan cuisine, for example, explains how Monzù was an “honorary title granted to certain French master chef that Neapolitan aristocratic families hired” [3] In fact, the majority of them were local chefs, who, after suffering the French influence, started by Maria Carolina of Austria [4], gave birth to a new era of Neapolitan cuisine that masterfully fused the two different approaches.

But the most reliable and objective description seems to be the following (in particular regarding the geographical identification):

Monzù / Monsù
” Neapolitan and Sicilian dialect translation of the French word monsieur. Monzù were called in the eighteenth and nineteenth centuries the chefs of aristocratic houses in Campania and Sicily, most probably because, in the era of French culinary influence, nothing more than a Frenchified title seemed to reward excellence, although they were usually not French. ” [5]

And then, all of a sudden, a Piedmontese, and a Sicilian end up with a common dialect word.

 

Spiegherei così l’anima del libro, che non si sofferma sui migranti in quanto tali, giocando a trovare le differenze dalla comunità che ci rappresenta, ma attraverso l’uso dei dialetti italiani, parla di noi, come di loro, di noi. Noi siamo loro e loro sono noi.

Uallai! cerca di rispondere ad una domanda di carattere generale prima, per poi concludere criticando il sistema che gestisce le ondate migratorie e cercando di mettere in luce quei meccanismi viziosi di cui i media stentano a parlare [6].

Di sicuro questo libro non sarà la cura al razzismo e conservatorismo, ed io, con la mia interpretazione arenosa, forse non vi ho esattamente aiutati ad afferrarne il contenuto… mi auguro però, che qualche granello di sabbia Sahariana sia finito anche nelle vostre di orecchie.

 

That is how I would explain the soul of the book, which does not focus on migrants as such, playing to spot the differences from the community that represents us, but through the use of Italian dialects, talks of us, as of them, of us. We are them and they are us. Uallai! tries to answer a general question first, then concluding by criticizing the system that manages migratory movements trying to highlight the vicious mechanisms the media are struggling with [6].

For sure this book will not cure racism and conservatism, and I, with my gritty interpretation, perhaps I did not exactly help you grasping the content … , however, I wish that few grain of Saharan sand snuck also into your ears .

 


 

[0] che la maggior parte delle volte sono impossibili da recuperare a meno che tu non sia già in pensione con più di 24 ore a disposizione, oppure abbia ottenuto una cospicua eredità o rubato un Van Gogh ad Amsterdam. Forse quest’ultima ipotesi è più fattibile oggigiorno.

[0] most of the time are impossible to get unless you did already retire having more than 24 hours to spare, or had earned a large inheritance or stolen a Van Gogh in Amsterdam. Perhaps the latter case is more feasible nowadays. 

[1]  http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=mons%C3%B9

[2] http://www.monsu.it/famiglia/monsu/

[3] http://ggargiulo.wix.com/maestrimonzu#!monzu/cfpj

[4] moglie del re Ferdindando IV di Napoli, che chiese alla sorella Maria Antonietta di inviargli i suoi cuochi francesi perché non amava particolarmente la cucina partenopea

[4] wife of Ferdindando the fourth king of Naples, who asked his sister Marie Antoinette to send her French chefs because she did not particularly like the Neapolitan cuisine

 [5] http://it.wikipedia.org/wiki/Monz%C3%B9

 [6] i meccanismi che riguardano i finanziamenti (di cui in pochi sono al corrente grazie alle nostre fonti di informazione. Per approfondimenti :http://www.interno.gov.it/mininterno/site/it/temi/immigrazione/sottotema009.html)La loro gestione, le persone coinvolte e la considerazione dei migranti “usa e getta” che, o come immagine o forza lavoro vengono sfruttati per bieco interesse personale ed economico. L’etichetta del migrante e l’indifferenza dell’opinione pubblica rispetto a questa situazione mi ricorda una variante della deportazione.

 [6] mechanisms that affect funding (of which just few are familiar with thank to our information sources. For more information: http: //www.interno.gov.it/mininterno/site/it/temi/immigrazione/sottotema009.html )
Their management, the people involved and consideration of “disposable” migrants that, either as an image or labor are exploited for sinister personal interest and economic benefit. The label of the migrant and the indifference of the public opinion to this situation reminds me simply of a deportation variation.

 

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Joseph and Christine

English version below

Nyahururu, Settembre 2010

Carissimi tutti,

come state? Questa volta, invece di raccontarvi il Kenya, Nyahururu e il St. Martin dal mio punto di vista, vorrei darvi l’opportunità di accostarvi a questo mondo attraverso gli occhi e la sensibilità di alcuni dei bambini con cui trascorro gran parte delle mie giornate. Nessuno è più adatto di loro! Chi meglio di loro può raccontarvi che cosa vuol dire essere un bambino di strada o un bambino orfano e sieropositivo? Prima di lasciare spazio alle loro storie, che vi traduco letteralmente dall’inglese così come sono per non snaturarle, colgo comunque l’occasione per ringraziare tutti voi per l’amicizia e il sostegno che mi avete dato in questi mesi; non sono tanto brava a parole ma vi sono davvero molto grata!

 

Nyahururu, September 2010

Dear all,

how are you? This time, instead of telling you about Kenya, Nyahururu and the St. Martin from my point of view, I would like to give you the opportunity to approach this world through the eyes and the sensitivity of some children with whom I spend most of my days. No one is more suitable than them! Who better than they can tell you what it means to be a street child or an orphan and HIV positive? Before giving way to their stories, which I translate literally from English not to distort them. However, I take this opportunity to thank you all for your friendship and support you gave me in these months; I am not so good with words but I’m really very grateful!

 

Il primo ragazzino si chiama Joseph ed è uno degli ospiti del nostro centro di riabilitazione per bambini di strada (Rehabilitation Centre).

“Sono finito in strada nella cittadina di Nyahururu quando avevo più o meno dieci anni con altri tre dei miei fratelli. A nostra madre non gliene è mai importato più di tanto di noi e così, meglio andarsene da casa e cercare di arrangiarsi in qualche altro modo. Dopo solo un paio di mesi ho iniziato subito a sniffare colla e a fumare come tutti gli altri bambini e ragazzi con cui mi sono ritrovato a condividere la mia vita da un giorno all’ altro. Sono andato avanti in questo modo ogni giorno fino a quando avevo tredici anni, ovvero sino a quando alcune persone del St. Martin  mi hanno portato per la prima volta in uno dei loro centri per bambini di strada che si chiama Drop in Centre a Maina, baraccopoli di Nyhahururu.

 

The first little boy is called Joseph and he is one of the guests of our street children Rehabilitation Center.

“I ended up on the street in the town of Nyahururu when I was about ten years old with three of my brothers. Our mother did not care so much about us so, better leaving home trying to make do in some other way. After only a couple of months I immediately started sniffing glue and smoking like all other children and young people with whom I found myself sharing my life from one day to the other. I went on like this every day until I was thirteen years old, or until some people of St. Martin brought me for the first time to one of their centers for street children called Drop in Centre in Maina, Nyhahururu shanty town.

 

Dopo solo due settimane però non ce la facevo più a restar là e così me ne sono tornato un’altra volta in strada. Mi mancava la mia vita senza regole. Ho ricominciato immediatamente a sniffare colla e tutto il resto perché questa è la vita dei ragazzi di strada, questo è il solo modo per sopravvivere lì fuori. Mi procuravo qualche soldo per mangiare rubando pezzi di metallo, pentole, raccoglitori vari, piatti, tazze, ruote di macchine o biciclette e cose del genere da poter rivendere. Un giorno sono stato preso da una signora che mi ha offerto di lavorare per lei: dovevo pascolare le sue mucche per 500 scellini. Ho lavorato per lei per due mesi fino a che il capo del villaggio non se ne è accorto. Un giorno mi ha fermato per la strada e mi ha detto che tutti i bambini dovevano andarsene a scuola e non a pascolare mucche e così sono scappato via e me ne sono tornato in strada a sniffare colla.

 

However, after only two weeks, I could not longer remain there  so I came back again on the street. I missed my life without rules. I immediately started sniffing glue and everything else because this is the life of street children, this is the only way to survive out there. I got some money stealing pieces of metal, pots, and other bindings, plates, cups, wheels, cars or bikes and stuff like that you can resell just for eating. One day I was taken by a lady who offered me to work for her: I had to graze her cows for 500 shillings. I worked for her for two months until the head of the village noticed it. One day he stopped in the street and told me that all kids had to go to school and not grazing cows so I ran away and went back to the street sniffing glue.

 

Avevo 14 anni a quel punto. Continuai ancora un po’ con la stessa vita, sniffando colla, dormendo per le strade, rubando e cercando cibo e cose da rivendere nei bidoni delle immondizie. Tutto questo fino a che, un giorno, non mi sono rotto la mano sinistra. Mi faceva un male tremendo e così decisi di andare al St. Martin a chiedere aiuto. Non potevo andare all’ospedale perché lì non ti curano se sei un ragazzo di strada e non hai i soldi per pagare. Quando sono arrivato agli uffici del St. Martin però gli ho trovati chiusi perché era domenica. Per fortuna però la mattina dopo alcune persone del St. Martin sono arrivate e mi hanno trovato lì per terra, che dormivo fuori dal cancello. Mi hanno chiesto allora che cos’era successo e io spiegai loro ogni cosa e gli chiesi di aiutarmi. Mi hanno portato così subito all’ ospedale dove mi hanno trattato e curato molto bene. Subito dopo, nonostante fossi molto sporco, quelli del St. Martin mi hanno riportato lo stesso al Drop in centre a Maina. Dopo circa sei mesi, quando hanno visto che ero migliorato nei miei comportamenti e che davvero mi ero deciso a cambiar vita, sono stato trasferito al Rehabilitation Centre dove sono tuttora. Adesso sto aspettando che mia mamma mi riaccetti a casa con lei. Sono un bravo ragazzo ma lei non mi crede. Dice che adesso vive bene senza di me e i miei fratelli, abbiamo sempre avuto qualcosa che non andava secondo lei e così,  per questo motivo, non vuole avere di nuovo complicazioni nella sua vita.”

 

I was 14 years old at that point. I kept on a little with the same life, sniffing glue, sleeping on the street, stealing food and stuff  in the garbage cans trying to resell them. All this until, one day, I broke my left hand. It was terribly painful so I decided to go to St. Martin asking for help. I could not go to the hospital because there they do not care if you are a street kid and you do not have the money to pay. However, when I got to the St. Martin offices, I found it closed because it was Sunday. However, luckily the morning after, some people of St. Martin came and found me lying on the ground, sleeping outside the gate. Then they asked me what happened and I told them everything and asked for help. They brought me so quickly to  the hospital where I was treated and taken care of very well. Soon after, even though I was very dirty, those of St. Martin have brought me back anyway to the Drop in center in Maina. After about six months, when they noticed that I improved my behavior and that I was  really determined to change my life, I was transferred to the Rehabilitation Centre where I still be. Now I’m waiting for my mom to accept me again at home with her. I am a good guy but she does not believe me. She says she is now doing fine without me and my brothers, we always had something wrong in her opinion, so, for this reason, she does not want to have  complications back in her life. “

 

 

La seconda storia è quella di Christine, una delle ragazzine del Talitha Kum, casa per bambini orfani e sieropositivi.

“Sono nata nel 1996 in un posto che si chiama Rumuruti. I miei genitori si chiamavano Lucy e Sospita Lopiyok. Non sono una Kikuyu come la maggior parte degli altri bambini del Talitha Kum ma sono una Turkana. Ho vissuto con i miei genitori per tanto tempo fino a che, non so che cosa è successo, ma tutti e due si sono ammalati di HIV/AIDS.

 

The second story is the Christine´s story, one of the girls of Talitha Kum, home for orphans and children living with HIV.

“I was born in 1996 in a place called Rumuruti. My parents were called Lucy and Sospita Lopiyok. I’m not a Kikuyu, like most of the other children of Talitha Kum, but a Turkana. I lived with my parents for a long time until, I do not know what happened, but both were affected by HIV / AIDS.

 

Un giorno mio padre tornò a casa dal lavoro che stava malissimo e dopo pochi giorni morì. Io e mio fratello siamo rimasti con nostra madre ma dopo poco tempo anche lei ha iniziato a stare male al punto che non riusciva neppure più a darci da mangiare perché era sempre troppo debole per poter cucinare. Dopo mio padre, anche il mio fratellino minore morì della stessa malattia e mia madre era sempre più ammalata. È stato davvero doloroso. Mia nonna allora decise di prendermi in casa con lei. Dopo solo alcuni giorni anche mia mamma morì e così io rimasi definitivamente con mia nonna anche se capitava spesso che dormissi a casa da sola. Un giorno un uomo dal St. Martin, non so come, venne a sapere della situazione e venne a farci visita a casa.

 

One day my father came home from work, he was very ill and died after few days. My brother and I were with our mother but after a while she started to get sick to the point that she could not even give us food because she was always too weak to cook. After my father, my younger brother also died of the same disease and my mother became increasingly ill. It was really painful. My grandmother then decided to take me home with her. After only a few days even my mom died, and I was left with my grandmother for good, even though it often happened that I slept alone at home. One day a man from St. Martin, I do not know how he came to know of the situation, visited us at home.

 

Parlò con mia nonna per diverso tempo e alla fine le consigliò di portarmi all’ ospedale di Nyahururu per farmi fare il test per l’ HIV. Il giorno dopo andammo a Nyahururu e dopo due giorni ci tornammo per prendere i risultati del test. In quel momento scoprii di essere sieropositiva e sin da subito mi sforzai di accettare il modo in cui ero. Nel momento stesso però in cui arrivai a casa, mia nonna si rifiutò di vivere ancora con me perché mi disse che non avrebbe mai potuto accettare la mia malattia e così quello stesso giorno mi scacciò di casa. Io non volevo andarmene da lì perché non sapevo dove altro andare ma mia zia, che viveva nella stessa casa, mi minacciò con un coltello. Mi avrebbe uccisa se non fossi scappata subito da quel posto. Sono stata così accolta dai vicini di casa ma solo perché loro non sapevano nulla della mia malattia. Ma siccome Dio mi ama, ne sono sicura, dopo pochi giorni mandò lo stesso uomo del St. Martin a controllare la situazione e quando lui si rese conto di ogni cosa convinse mia nonna a portarmi al Talitha Kum. Era il 17 aprile del 2006 e quel giorno ero davvero felice di andarmene da lì e di iniziare una nuova vita a Nyahururu, al Talitha Kum, circondata da persone che mi amano per quello che sono.”

Un abbraccio e a presto

Alessia

 

He spoke with my grandmother for a while and eventually advised her to take me to the  Nyahururu´s hospital  to get tested for HIV. The next day we went to Nyahururu and two days later we went back to pick up the test results. At that moment I discovered to be HIV-positive and since the beginning I tried to accept the way I was. However, in that same moment when I got home, my grandmother refused to live with me again because she said she could never accept my illness, so that same day she chased me out. I did not want to get out from there because I did not know where else I could go but my aunt, who also lived in the same house, threatened me with a knife. She would have killed me if I did not immediately run away from that place. I have been  welcomed by the neighbors but only because they did not know anything about my illness. But because God loves me, I’m sure, after a few days he sent the same man of St. Martin monitoring the situation and when he realized everything he convinced my grandmother to take me to Talitha Kum. It was April 17, 2006 and that day I was really happy to get out from there starting a new life in Nyahururu, at Talitha Kum, surrounded by people who love me for who I am. “

See you soon. A big hug.

Alessia

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