Who is Dayani Cristal?

2015-03-14 12.46.56

English version below

In questo caso è la figlia di Gael García Bernal.
(Ovviamente non in senso letterale)

On line avevo letto qualcosa riguardo questo documentario, qualche articolo che preannunciava l’uscita, una sinossi, infine mi ero imbattuta nel sito web*. Volevo vederlo, ma non in streaming, non era il caso di finire nuovamente con un ennesimo tête-à-tête con lo schermo del computer. Volevo trovarmi in un cinema, con altre persone, magari per discuterne. Un documentario è bello anche per questa ragione, ci fa discutere, animatamente alle volte e quindi ci unisce. Così, ho cercato di scoprire dove l’avrebbero proiettato. Poche date, qualche città in Europa. Tutto qui, come al solito. Londra, 24 Luglio 2014 (sì, avete ragione, ne è passato di tempo ed io sono sempre in ritardo). Per una serie di coincidenze mi trovavo proprio nella capitale britannica e di conseguenza quella calda sera londinese mi sono diretta con
largo anticipo al Rich Mix, situato nel brulicante quartiere di Shoreditch, sicura di trovare un biglietto.

Dev’essere stata la presenza di Gael García Bernal nel film o un improvviso sano interesse degli inglesi nei confronti dell’immigrazione a farmi scontrare con un cartello di avvertimento situato all’entrata che sottolineava a caratteri cubitali “sold out”. Nonostante il mio insolito e strategico anticipo sembrava impossibile trovare un biglietto.

In this case, is Gael García Bernal’s daughter.
(not literally obviously)

I had read something on-line about this documentary, few articles announcing the release, a synopsis, and finally I had come across the website*. I wanted to watch it, but not streaming, there was no need to land up again on another tête-à-tête with the computer screen. I wanted to be in a movie theater, with other people, perhaps to discuss it. A documentary is also nice for this reason, we do discuss, sometimes vividly, and that binds us. So, I tried to find out where they would have shown it. A few dates, some cities in Europe. That is all, as usual. London, July 24, 2014 (yes, you’re right, it’s been a while and I’m always late). Because of coincidences I was exactly in the British capital during the week, and so that warm London night I headed off in advance at Rich Mix, located in the bustling district of Shoreditch, sure to get a ticket.
It must have been the presence of Gael García Bernal as main cast or a sudden healthy interest of the British to the immigration theme to make me bumping into that warning sign placed at the entrance which emphasized in bold letters “sold out“. Despite my unusual and strategic advance seemed impossible to find a ticket.

Chiedo al ragazzo della biglietteria, il quale si era visibilmente stufato di ripetere per la 1000esima volta ciò che il cartello eloquentemente già diceva, se potevo aspettare che qualcuno più furbo di me, nel tentativo di arrivare in orario per la proiezione, scivolasse su uno di quei tombini fumanti, si slogasse la caviglia e fosse trasportato d’urgenza dall’ortopedico più vicino per un controllo, lasciando un posto libero per la sottoscritta.
10 minuti, 20 minuti, mezz’ora…stavo quasi per andarmene quando mi accorgo che la ragazza sedutami di fianco e con in mano un mazzo di biglietti ne ha due da rivendere. Fortuna nella sfortuna quest’oggi. Ogni tanto va per il verso giusto anche a te mi sono detta.

I ask the guy of the box office, who was visibly tired of repeating for the 1,000th time what the sign eloquently already said, if I could wait that someone smarter than me, to arrive on time for the projection slip on one of those belching smokestacks, would sprain his ankle and was rushed by the closer orthopedic for a check leaving an empty seat for myself.
10 minutes, 20 minutes, half an hour … I was about to leave when I noticed that the girl sitting by my side holding a bunch of tickets had two to resell. Blessing in disguise today. Every so goes right to you as well, I said.

 

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Il docu film diretto da un giovane Marc Silver tratta un tema molto delicato, quello dell’immigrazione clandestina dal Messico verso gli Stati Uniti d’America. Coloro che attraversano confini illegalmente (solo scriverlo suona ridicolo eppure c’è chi fa di questo “diritto” il proprio cavallo di battaglia) sono invisibili sia nella vita come nella morte. Invisibili in vita perché nel loro paese di origine non vengono ascoltati e nel paese in cui fuggono non possono essere riconosciuti perché non “dovrebbero” trovarsi lì. Nella morte, bhé nella morte perché spesso nella loro solitaria fuga non sono altro che un corpo che presto perderà forma, se non vi è un documento a testimoniare e ricordare. Ed anche in quel caso se il corpo non viene trovato verrà semplicemente dimenticato nel deserto, unico testimone silenzioso.

The documentary film directed by a young Marc Silver focuses on a very sensitive issue, that of illegal immigration from Mexico to the United States of America. Those who illegally cross borders (just writing it sounds ridiculous but some make of this “right” their workhorse) are invisible both in life and in death. Invisible in life because in their home country none listened to them and in the country where they run they can not be recognized because they “should” not be there. In death, well in death because often in their solitary escape they are nothing but a body that will soon lose its form, if there is any document to witness and remember. And even then, if the body is not found it will simply be forgotten in the desert, the only silent witness.

TRAMA

Al confine, nel deserto dell’Arizona, viene ritrovato un corpo dall’autorità che si occupa di rintracciare persone scomparse e non identificate della contea di Pima in Arizona**. Non ha documenti con se, nulla che possa identificarlo direttamente, solo Dayani Cristal tatuato sul petto, l’unico indizio da cui partiamo alla ricerca di un nome, una storia, una famiglia, un luogo a cui fare ritorno.
Insieme a Gael García Bernal ripercorriamo vie, luoghi e simil avversità sempre in contatto con quei “colleghi” che spinti da necessità individuali non smettono di farci compagnia e di considerarsi in un qualche modo compagni.
Ed è appunto attraverso l’incontro che riusciamo a ricordare chi era quell’uomo risucchiato dalle sabbie del deserto. Torna in vita per noi e per la famiglia che infine incontriamo.
Per una figlia, Dayani Cristal che ha lasciato e lascerà una traccia vivida.

PLOT

At the border of the Arizona’s desert, a body was found by the responsible authority for tracing missing and unidentified persons of the Pima County **. He does not have documents with him, nothing that could help the identification, only Dayani Cristal tattooed on his chest, the only clue by which we start looking for a name, a story, a family, a place to return to. Along with Gael García Bernal we retrace paths, places, like adversity and keep in touch with those “colleagues” that pushed by personal needs make us company considering each other companions in some way. And it is through the meeting that we can remember who that man-sucked from the sands of the desert – was. He comes Back to life for us and for the family that we finally meet. For a daughter, Dayani Cristal who left and will leave a vivid footprint.

Who is Dayani Cristal racconta la storia di un migrante che si è trovato nella stretta mortale del deserto conosciuto come “corridoio della morte” e mostra come una vita diventa testimone dei tragici risultati della guerra americana all’immigrazione. Nel momento in cui si svela il dramma della vita reale vediamo come questo John Doe, a cui è stata negata l’identità alla morte, diventi un essere umano vivo e vegeto con un importante storia di vita.”

Who is Dayani Cristal tells the story of a migrant who found himself in the deadly stretch of desert known as “the corridor of death” and shows how one life becomes testimony to the tragic results of the U.S. war on immigration. As the real-life drama unfolds we see this John Doe, denied an identity at his point of death, become a living and breathing human being with an important life story.”

L’idea è buona e sono convinta che dovremmo stressare maggiormente questi temi per fare in modo che raggiungano più persone possibile cercando di mantenere vivi quel senso di incredulità e sgomento di fronte alla nostra stessa barbarie. Nonostante la bella fotografia ed il tema importante, qualcosa purtroppo continuava ad infastidirmi. Subito non riuscivo a capire cosa fosse, poi verso la fine del film ho cominciato a capire. Un tema così delicato e cruciale è stato trattato come fosse un ragionevole compromesso, voleva essere un film, ma non avrebbe potuto perché senza mezzi e diritti per farlo.
Perché mai un film?
La parte documentaristica diventa meno vera e la finzione ci fa perdere il contatto fondamentale con la cruda realtà. E la presenza di Gael García Bernal accentua ancora di più questo aspetto.
Bravo, bello, ispanico quanto basta e sinceramente interessato a questa delicata situazione (almeno mi è parso) ma non necessario.
Non è un’interpretazione che cerchiamo.
Perché rubare la scena ai veri e purtroppo sfortunati protagonisti e continuare a mitigare la durezza di una realtà che è la conseguenza di una politica estremamente conservatrice e chiusura non solo fisica ma anche mentale?
Posso capire l’esigenza di attirare sponsor e l’attenzione di un pubblico maggiore attraverso una figura di spicco, lo capisco perfettamente da un punto di vista pratico ma alla fine, la domanda che continuavo a pormi era: qual’è lo scopo di questo documentario? A cosa mirano le persone che hanno lavorato, prodotto, curato questo progetto?

E la risposta non era a portata di mano, né della mia né del regista.

 

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The idea is good and I am convinced that we should stress more these topics to make sure they reach as much people as possible trying to keep alive a sense of disbelief and dismay facing our own barbarism.
Despite the beautiful photography and crucial theme, unfortunately something continued annoying me. Immediately I could not get quickly what it was about, then towards the end of the movie I started to understand. Such a sensitive issue was treated like a reasonable compromise, it wanted to be a movie, but it could not because without means and rights to do so.
Why a movie?
The documentary part becomes less real and fiction makes us losing touch with the rough reality.
And the presence of Gael García Bernal further accentuate this aspect.
Good, beautiful, hispanic enough and genuinely interested in this delicate matter (at least it seemed to me), but not necessary.
We are not looking for a performance.
Why stealing the stage from the real and unfortunate unlucky protagonists continuing to mitigate the harshness of a reality that is the result of an extremely conservative policy and not only physical but also mental closing?
I can understand the need to attract sponsors and the attention of a wider audience through a prominent figure, I understand it perfectly from a practical point of view but in the end, the question that I kept asking myself was: what is the purpose of this documentary? What aim at the people who have worked, produced and  edited this project?

And the answer was not at hand, neither  at mine nor the director’s.

Subito dopo la proiezione del documentario infatti era previsto un dibattito con il regista Marc Silver ed un moderatore. È stato proprio sentendolo parlare il momento in cui ho avuto la sensazione che questo documentario, di conseguenza la storia e le persone coinvolte, fossero diventate uno strumento personale e di vetrina.
La mancanza di autenticità trapelava non solo dal video ma anche dal modo in cui veniva data una risposta alle domande poste dal pubblico: superficiale e quasi annoiato.

Immediately after the screening it was in fact planned a discussion with the director Marc Silver and a moderator. It was just hearing him talking, the time when I had the feeling that this documentary, so the story and the people involved, had become a personal tool and showcase.
The lack of authenticity leaked not only in the video but also by the way it was given an answer to the questions posed by the audience: superficial and almost bored.

Ho cercato a lungo un curriculum che lo riguardasse, ero interessata a capire meglio da dove provenisse, un suo background culturale e via dicendo, ma senza successo.
Tutto ciò che sono riuscita a trovare on-line è la semplice ripetizione della descrizione che compare sul suo sito web e che riporto di seguito:

Marc lavora in tutto il mondo come filmmaker, direttore della fotografia e social impact strategist.
il suo primo lungometraggio “Who is Dayani Cristal?” è stato premiato al Sundance Festival 2013 dove ha vinto un premio come miglior film documentario ed il premio Amnesty International come miglior documentario 2014. Il suo secondo film “3 minuti e mezzo” sull’omicidio di Jordan Davis è stato premiato al Sundance Festival 2015 vincendo una menzione speciale della giuria per l’impatto sociale. Verrà trasmesso dall’emittente televisiva HBO.
Il ricco portfolio di Marc include documentari, concert visuals, installazioni artistiche e branding. Ha creato contenuti per BBC, Channel 4, Universal Music, The Guardian, The New York Times, Amnesty International, UNHCR, e collaborato con artisti come Gael García Bernal, Nitin Sawhney, Michael Nyman, Jamie Cullum, Ben Okri, Matthew Herbert ed il Cirque Du Soleil.

Devo essere sincera…il titolo di “social impact strategist” mi ha colpito.

 

I have long sought his curriculum without success. I was interested in better understanding where he came from, his cultural background and so on.
All I could find online was the simple repetition of a description that appears on his website and that I quote here:

Marc works worldwide as a filmmaker, director of photography and social impact strategist. His first feature-length film ‘Who is Dayani Cristal?’ premiered at the Sundance Festival 2013 where it won Cinematography Award: World Cinema Documentary and the Amnesty International Best Documentary award 2014. His second film ’3½ Minutes’ about the murder of Jordan Davis premiered at the Sundance Festival 2015 winning U.S. Documentary Special Jury Award for Social Impact. It will be broadcast on HBO.
Marc’s rich portfolio includes documentaries, concert visuals, art installations and branding. He has created content for the BBC, Channel 4, Universal Music, The Guardian, The New York Times, Amnesty International, UNHCR and collaborated with artists such as Gael García Bernal, Nitin Sawhney, Michael Nyman, Jamie Cullum, Ben Okri, Matthew Herbert and Cirque Du Soleil.”

I have to be honest… the “social impact strategist” title impressed me.

 

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Cast and Credits

Director: Marc Silver
Screen Writer: Mark Monroe
Executive Producers: Dan Cogan, Lilly Hartley, Jeffrey Tarrant, Jess Search, Teddy Leifer, Marc Silver
Producers: Lucas Ochoa, Thomas Benski, Gael García Bernal
Director of Photography: Marc Silver, Pau Esteve Birba
Editors: Martin Singer, James Smith-Rewse
Composer: Leonardo Heiblum, Jacobo Lieberman
Principal cast: Gael García Bernal

 

*http://whoisdayanicristal.com
**http://humaneborders.info/

 

 

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Theme of the year

English version below

Nyahururu, ottobre 2010

Carissimi amici,
Questo mese il St. Martin ha celebrato come ogni anno la giornata dei volontari. È stato un modo per ringraziare tutti coloro che lavorano sodo ogni giorno nell’anonimato e nei villaggi più sperduti nei distretti del Nyandarua e Laikipia per le persone più vulnerabili del loro paese. Questi volontari sono la nostra ricchezza, sono le nostre “spie”! Senza di loro il St. Martin potrebbe fare ben poco. I territori sono immensi, i beneficiari sono infiniti e sarebbe impossibile per noi gestire il tutto da soli. Tutte queste persone (uomini, donne, anziani, giovani, cattolici, protestanti, musulmani, etc) riescono ad essere i nostri occhi, le nostre orecchie e anche le nostre braccia là dove noi non arriviamo.

Dear friends,
This month, like every year, St. Martin has celebrated the volunteer day. It was a way to thank all those who work hard every day in anonymity and in the most remote villages in the districts of Nyandarua and Laikipia for the most vulnerable people of their country. These volunteers are our treasure, our “spies”! St. Martin wouldn’t have done much without them. The territories are immense, the beneficiaries are endless and it would be impossible for us to manage it all by ourselves. All these people (men, women, elders, young people, Catholics, Protestants, Muslims, etc) manage to be our eyes, our ears and our arms even where we do not get.

Sono stati organizzati due appuntamenti in modo tale da poter coprire tutte le zone in cui il St. Martin opera e di conseguenza tutti i posti dove si trovano i nostri volontari. Tutto lo staff si è diviso in 5 gruppi e ogni gruppo era incaricato di una certa area. La celebrazione è iniziata, la domenica, durante la Messa in diverse Chiese (cattolica, protestante, pentecostale, etc.) durante le quali è stato presentato da alcuni membri dello staff il tema dell’ anno: “Un ponte è abbastanza?”.

Two events were organized in such a way as to cover all the areas where the St. Martin operates and consequently all the places where our volunteers are based. All the staff was divided into five groups and each group was in charge of a particular area. The celebration began on Sunday, during a Mass happening in different churches (Catholic, Protestant, Pentecostal, etc.) during which the theme of the year was presented by some staff members : ” Is a bridge enough?”.

Grande domanda! A volte crediamo davvero di sapere quali siano i bisogni delle persone e di aver la soluzione in mano. Vediamo un poveretto per la strada, gli diamo qualche monetina, pensiamo di aver risolto il problema e ci sentiamo a posto con noi stessi. Hanno davvero bisogno i disabili solo di un po’ di fisioterapia? Sono abbastanza le medicine per i bambini malati di AIDS, un chapati per il ragazzo di strada, un po’ di analisi per una ragazza abusata? Più lavoriamo con tutte queste persone e più ci rendiamo conto che puoi anche soddisfare i loro bisogni immediati, puoi guarire i loro corpi ma per alleviare le sofferenze dei loro cuori … la strada è molto più lunga! Dopo la liturgia c’è stato un momento di condivisione di storie ed esperienze, un po’ di canti e balli e infine abbiamo pranzato tutti assieme.

Big question! Sometimes we truly believe to know what the needs of the people are and to own the solution in our hands. We see a poor man on the street, we give him some coins, we think we have solved the problem and we feel good about ourselves. Do disabled people really need just a bit ‘of physiotherapy? Are the medicines for children suffering from AIDS enough? a chapati for a street kid, a bit ‘of analysis for an abused girl? The more we work with all these people and more we realize that we can meet their immediate needs, we can cure their bodies but to comfort their hearts… the way is much longer! After the liturgy we had time to share stories and experiences, a bit ‘of singing and dancing and then we had lunch together.

ottobre 20101.

ottobre 2010_12.

1. Presentazione del tema: “Un ponte  é abbastanza?”
2.Ragazzi di strada animano la folla di volontari con i loro canti e balli
1.Introduction to the topic: Is a bridge enough?
2.Street children warm up the crowd of volunteers with their songs and dances.

Mi rendo sempre più conto cari amici di quanto sia bella la gratuità. Fare qualcosa non solo perché ci viene chiesto o perché ne siamo obbligati ma semplicemente perché lo vogliamo non ha prezzo! Credo che le mie più belle esperienze e le più grandi soddisfazioni della mia vita siano venute tutte dal volontariato: in Italia così come qui in Kenya. I soldi ci rendono solo schiavi degli eventi ma il volontariato ci rende liberi! Qui di seguito vi scrivo la preghiera del St. Martin con cui ogni martedì mattina iniziamo la settimana, più o meno tradotta fa così:

“Padre nostro,
allontana da noi ogni egoismo e rendici pronti a donare liberamente
così come liberamente abbiamo ricevuto.
Gesù nostro fratello,
lasciaci seguire il tuo esempio,
prendendoci cura di chi ne ha bisogno,
ricordandoci sempre che il più grande è colui che serve di più e che il primo è l’ultimo di tutti.
Spirito d’ Amore,
legaci insieme contro colui che cerca di dividerci,
e garantiscici perdono e misericordia.
Ti ringraziamo Signore per la gioia di condividere le nostre vite con i poveri
e per guarire i nostri cuori.”
(Preghiera comunitaria del St. Martin)

Un abbraccio a tutti e a presto!

Alessia

Dear friends I become more and more aware of how beautiful donating is . Doing something not only because we are asked or because we are obliged, but simply because we want it is priceless! I think that my best experiences and the greatest satisfactions of my life came all from charity work: in Italy as well as here in Kenya. Money will only make us slaves of events but charity work makes us free! Here I write the prayer of St. Martin with which we start the week every Tuesday morning, roughly translated goes like this:

“Our Father,
Keep us from selfishness and make us ready to give freely as we have freely received.
Jesus our brother,
let us follow your example,
taking care of those who need it,
always remembering that the greatest is the one who serves the most,
and that the first is the last of all.
Spirit of love,
bound us together against those who seek to divide us,
and assures us forgiveness and mercy.
Thank you Lord for the joy of sharing our lives with the poor
and to heal our hearts. “
( Community Prayer of St. Martin)

Hugs,
see you soon!

Alessia

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Uallai! Chapter 2

1

 

English version below

Uallai!, “Ovvero Domé’ Oshkarpà, il migrante a cui estraemmo il Sahara dalle orecchie, e altre veridiche storie di buona integrazione”, è caratterizzato da una serie di storie brevi in cui fanno capolino diversi protagonisti: il sempre presente educatore, operatore, mediatore, amico, multifunzionale e poliglotta, e, andando per ordine: Domè’ Oshkarpà, Antò El Fijod El Obenzinah, marchigiani, Jowhan’in El Freh, piemontese, Behr To’ El Furehgh’in, veneto, Ghafiu Kalham Id Darhu, siciliano. No, non sono immigrati di seconda generazione.  Sono migranti, trovatisi a passare dal nostro paese. Non ci viene detto da dove vengono, in realtà non è importante, sappiamo solo che hanno una padronanza dialettale che invidio (non parlando alcun dialetto, quando viaggio, inconsciamente copio l’accento della regione in cui mi trovo e temo che mi diano delle “straniera”. Che probabilmente sono.)

Mi ero preparata al momento  della “recensione”, sapevo che sarebbe stata difficile, seria, pesata, quasi autorevole ed invece, ah ha, ho trovato una via d’uscita degna di Inception. Del resto gli stessi autori premettono di non aver scritto né un manuale né un saggio. Scrivono di migranti vivi, su cui i media non si soffermano, a meno che qualche esponente della lega non si guadagni la scena con interventi di spessore ideologico e letterario (nonché grammaticale).

 

Uallai!, “In Other words Domé’ Oshkarpà, the migrant to whom we pulled out the Sahara from the ears, and other truthful stories of successful integration,” is characterized by a series of short stories in which different actors pop up: the ever-present teacher, operator, mediator, friend, multifunctional and multilingual, and, in order: Domè ‘Oshkarpà, Anto El Fijod EL Obenzinah, Marchigian, Jowhan’in El Freh, Piedmontese, Behr to’ El Furehgh’in, Venetian, Ghafiu Kalham Id Darhu, Sicilian . No, they are not second-generation immigrants. They are migrants, finding themselves crossing our country. We were not told where they came from, in the end it is not important, we only know that they have a mastery of dialect that I envy (not speaking any dialect, unconsciously when I travel, I copy the accent of the region where I am and I’m afraid people consider me a “foreigner”. That perhaps I am.)

I got ready for the “review” time, I knew it would have been difficult, serious, pondered almost authoritative, instead, ha ha, I found a way out worthy of Inception.
Moreover, the same authors preliminary matter that they have not written, nor a manual or an essay.
They write about living migrants, on whom the media do not spend time, unless some members of the Lega party will not gain the scene with profound ideological and literary (as well as grammatical) speeches.

 

Monsù.

Sembrerebbe che questa parola possa spiegare in un solo paio di righe un libro di duecento pagine.

 

«Jowhan’in El Freh, posso chiederti cosa significa “Monsù”?»

«Pichè chiel al è amportant, confacentemente lo ciam Monsù.»*

 

*piemontese

 

Le parole, il loro significato e la loro origine mi hanno sempre affascinato. Potrei perdermi dietro l’etimologia di una parola per anni. Il linguaggio ci mostra la storia, una logica di pensiero, che agisce nel comportamento e di riflesso anche un’interpretazione della direzione futura. Non sono un membro dell’Accademia della Crusca, né un esperto linguista, ma come tutti gli autodidatta, ho le mie idee e, per avvalorarle, cerco le giuste informazioni [0] . Visto che la parola Monsù aveva destato la mia curiosità, nonostante la facile intuizione da mezza veneta, feci ciò che fanno tutti gli autodidatta che cercano di uscire indenni da una recensione dellibrochestannopromuovendoperchèhannolavoratoallacopertina.

Google it (in italiano, googolalo? Si accettano suggerimenti)

 

Ovviamente i vari dizionari riportano tutti, parola più, parola meno:

 

Monsù [1]

[mon-sù] n.m. invar.

(region. sett.*) signore

Etimologia: ← adattamento it. del fr. monsieur ‘signore’.

 

*usato nelle regioni settentrionali (nel nostro libro da Jowhan’in El Freh, piemontese)

 

 

Monsù.
It seems that this word could explain a book of two hundred pages with just a couple of lines.

“Jowhan’in El Freh, may I ask what” Monsù ‘ means? “
“Pichè chiel al è amportant, confacentemente lo ciam Monsù” (I call Monsù who is important) *

* Piedmontese

The words, their meaning and their origin have always fascinated me.
I could lose myself for years behind the etymology of a word. The language shows us the history and a logic of thinking, embraced by a behavior, and by reflex, an interpretation of the future direction.
I’m not a member of the Accademia della Crusca, nor an expert linguist, but like all self-taught, I have my own ideas, and to corroborate them, I am looking for the right information [0].
As the word Monsù had aroused my curiosity, despite the easily assumption coming from being half Venetian, I did what all the self-taught  do when seeking to emerge unscathed from a review onthe-book-they-are-promoting-because-they-have worked on the cover.
Google it (in Italian, googolalo? Suggestions are welcome)

Obviously, several dictionaries contain the following, word more world less:

 

Monsù [1]
[mon-up] n.m. Invar.

(north regions. *) Lord
Etymology: ← adapt it. from fr. Monsieur ‘sir’.

* used in the northern regions (in our book Jowhan’in El Freh, Piedmontese)

 

Ciò che non appare nei dizionari e che rappresenta il mio cavallo di Troia in questa recensione è una descrizione, che appare sul sito di un’omonima attività commerciale siciliana in cui mi sono imbattuta accidentalmente:

Monsù [2]
Il nome Monsù deriva dall’appellativo di rispetto che utilizzavano i Siciliani per designare i cuochi francesi di servizio nelle famiglie aristocratiche durante il Regno dei Borboni, nel XIX secolo. La parola Monsieur venne via via storpiata dall’uso e dal dialetto fino a trasformarsi in Monsù (o Monzù secondo la versione prevalentemente napoletana).

Cuochi abili e raffinati, carismatici artisti dei fornelli, i Monsù hanno contribuito notevolmente alla creazione dei capolavori culinari che hanno reso famosa la gastronomia siciliana nel mondo, unendo la ricca tradizione isolana, già dotata di molteplici influenze – soprattutto mediorientali, alla raffinata cuisine francese.

 

What does not appear in dictionaries and that is my Trojan horse in this review is a description, which appears on the website of a namesake business in Sicily towards which I came across by accident:

Monsù [2]
The name Monsù comes from  a respectful epithet that the Sicilians used to designate the French chefs that served aristocratic families during the reign of the Bourbons, in the nineteenth century. The word Monsieur was gradually crippled by the use of the dialect turning into Monsù (or Monzù, mainly Neapolitan version). Skilled and refined cooks, charismatic artists of the stove, the Monsù have contributed greatly to the creation of culinary masterpieces that made famous Sicilian food in the world, combining the rich tradition of the island, already full of influences – especially from the Middle East, to the fine French cuisine.

 

Scavando un po’ più a fondo, sempre online s’intende, mi imbatto in altre definizioni più approfondite di questo fenomeno.

L’Accademia della Cucina Aristocratica Napoletana, ad esempio, spiega come Monzù fosse un “titolo onorifico concesso ad alcuni maestri chef francesi che le famiglie aristocratiche napoletane assunsero presso di se” [3]. In realtà la maggioranza di questi chef erano locali, che dopo aver subito l’influenza francese, iniziata da Maria Carolina D’Austria [4], diedero vita ad una nuova era della gastronomia partenopea che fuse magistralmente due approcci così diversi.

Ma la più affidabile ed oggettiva sembrerebbe la seguente (soprattutto per quanto riguarda l’identificazione geografica):

Monzù/Monsù

«traduzione dialettale napoletana e siciliana della parola francese monsieur. Monzù erano chiamati nei secoli XVIII e XIX i capocuochi delle case aristocratiche in Campania e in Sicilia perché, in epoca d’influenza gastronomica francese, niente più di un titolo francesizzante pareva premiare l’eccellenza, anche se essi di solito francesi non erano.» [5]

 

Ed ecco che, tutt’un tratto, un Piemontese ed un Siciliano si ritrovano con una parola dialettale in comune.

 

Digging a bit ‘deeper, online of course, I run into other more detailed definitions of this phenomenon.
The Academy of aristocratic Neapolitan cuisine, for example, explains how Monzù was an “honorary title granted to certain French master chef that Neapolitan aristocratic families hired” [3] In fact, the majority of them were local chefs, who, after suffering the French influence, started by Maria Carolina of Austria [4], gave birth to a new era of Neapolitan cuisine that masterfully fused the two different approaches.

But the most reliable and objective description seems to be the following (in particular regarding the geographical identification):

Monzù / Monsù
” Neapolitan and Sicilian dialect translation of the French word monsieur. Monzù were called in the eighteenth and nineteenth centuries the chefs of aristocratic houses in Campania and Sicily, most probably because, in the era of French culinary influence, nothing more than a Frenchified title seemed to reward excellence, although they were usually not French. ” [5]

And then, all of a sudden, a Piedmontese, and a Sicilian end up with a common dialect word.

 

Spiegherei così l’anima del libro, che non si sofferma sui migranti in quanto tali, giocando a trovare le differenze dalla comunità che ci rappresenta, ma attraverso l’uso dei dialetti italiani, parla di noi, come di loro, di noi. Noi siamo loro e loro sono noi.

Uallai! cerca di rispondere ad una domanda di carattere generale prima, per poi concludere criticando il sistema che gestisce le ondate migratorie e cercando di mettere in luce quei meccanismi viziosi di cui i media stentano a parlare [6].

Di sicuro questo libro non sarà la cura al razzismo e conservatorismo, ed io, con la mia interpretazione arenosa, forse non vi ho esattamente aiutati ad afferrarne il contenuto… mi auguro però, che qualche granello di sabbia Sahariana sia finito anche nelle vostre di orecchie.

 

That is how I would explain the soul of the book, which does not focus on migrants as such, playing to spot the differences from the community that represents us, but through the use of Italian dialects, talks of us, as of them, of us. We are them and they are us. Uallai! tries to answer a general question first, then concluding by criticizing the system that manages migratory movements trying to highlight the vicious mechanisms the media are struggling with [6].

For sure this book will not cure racism and conservatism, and I, with my gritty interpretation, perhaps I did not exactly help you grasping the content … , however, I wish that few grain of Saharan sand snuck also into your ears .

 


 

[0] che la maggior parte delle volte sono impossibili da recuperare a meno che tu non sia già in pensione con più di 24 ore a disposizione, oppure abbia ottenuto una cospicua eredità o rubato un Van Gogh ad Amsterdam. Forse quest’ultima ipotesi è più fattibile oggigiorno.

[0] most of the time are impossible to get unless you did already retire having more than 24 hours to spare, or had earned a large inheritance or stolen a Van Gogh in Amsterdam. Perhaps the latter case is more feasible nowadays. 

[1]  http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=mons%C3%B9

[2] http://www.monsu.it/famiglia/monsu/

[3] http://ggargiulo.wix.com/maestrimonzu#!monzu/cfpj

[4] moglie del re Ferdindando IV di Napoli, che chiese alla sorella Maria Antonietta di inviargli i suoi cuochi francesi perché non amava particolarmente la cucina partenopea

[4] wife of Ferdindando the fourth king of Naples, who asked his sister Marie Antoinette to send her French chefs because she did not particularly like the Neapolitan cuisine

 [5] http://it.wikipedia.org/wiki/Monz%C3%B9

 [6] i meccanismi che riguardano i finanziamenti (di cui in pochi sono al corrente grazie alle nostre fonti di informazione. Per approfondimenti :http://www.interno.gov.it/mininterno/site/it/temi/immigrazione/sottotema009.html)La loro gestione, le persone coinvolte e la considerazione dei migranti “usa e getta” che, o come immagine o forza lavoro vengono sfruttati per bieco interesse personale ed economico. L’etichetta del migrante e l’indifferenza dell’opinione pubblica rispetto a questa situazione mi ricorda una variante della deportazione.

 [6] mechanisms that affect funding (of which just few are familiar with thank to our information sources. For more information: http: //www.interno.gov.it/mininterno/site/it/temi/immigrazione/sottotema009.html )
Their management, the people involved and consideration of “disposable” migrants that, either as an image or labor are exploited for sinister personal interest and economic benefit. The label of the migrant and the indifference of the public opinion to this situation reminds me simply of a deportation variation.

 

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