ESSERE UN MIGRANTE VUOL DIRE ESSERE UN ESPLORATORE

Qualche tempo fa ho visto un sito davvero interessante[1], in cui lessi una sorta di manifesto su: “chi è e che cos’è un (im)migrante?” Leggendolo, credo che chiunque avrebbe voluto diventare un migrante. Per coloro che lo sono già, questo testo sintetico ed aspro, dà una sorta di conforto e di forza a continuare la strada intrapresa. La strada che si oppone alle istituzioni che codificano i saperi e la cultura, che determinano il nostro spazio d’azione e delimitano il movimento. Un migrante è colui che vola, che non (ri)conosce un sapere limitato e predeterminato, il passato come dato e il futuro come impossibile. Esso non ha un punto fisso, perché l’unico spazio che percepisce è quello multiplo. Uno spazio dove non si riconosce il prima e il dopo, dove tutto è possibile e niente è evidente, dove si rimane soli con se stessi. Ed è questa l’unica verità con la quale si confronta. I migranti sono persone senza casa, in contatto con i limiti di ciò che è familiare che ci fornisce una falsa immagine di appartenenza. Loro, ovvero noi migranti, non hanno il possesso delle cose ma si liberano da esse. Spesso vengono considerati inquietanti, gente senza radice, senza identità, vagabondi. La loro identità non ha una materialità, è ben oltre: i loro occhi sono mappe che non scrutano i limiti, i libri – la loro identità.

Parlando di Nietzche e il suo saggio non finito “Noi Iperborei”, il filosofo Marcus Steinweg dice: “Noi, la comunità di coloro che sono senza comunità, senza la noi-comunità. Noi singolari. Noi che tocchiamo i limiti del Logos che rappresenta il principio della noi-comunità Occidentale.[2]” In un certo senso il migrante di oggi coincide con il concetto di Iperboreo, con questo soggetto senza nome, senza memoria e senza viso. Una sorta di fantomo che viaggia o oscilla fra le leggi, istituzioni, paesi, continenti. Colui che si rialza da terra, come se fosse il volo di Icaro[3], che percorre la propria strada dal principio, lasciando il noto dietro di sé. Questi nuovi barbari sono le generazioni di oggi. Coloro che rinnovano il tempo e sfidano il futuro. Non ci sono regole, non si può cercare la logica nelle loro azioni; Semplicemente creano, andando sempre avanti. Parlano un linguaggio misto e camminano fra le strade rizomatiche[4]. Sono gli eroi dei nostri giorni, coloro che esplorano nuovi mondi, che cercano di creare un nuovo sistema dove la conoscenza culturale, politica e sociale sarà rispettata e riconosciuta. Sono coloro che tentano di rendere le idee utopiche più reali.

Questa lotta, però, si svolge sempre ai margini, nell’ombra. Essi non sono riconosciuti dalla società. Non hanno uno statuto. Ovvero, ce l’hanno: sono illegali, inadeguati, non voluti. Ovunque si trovino, i migranti saranno sempre cittadini di secondo livello e non saranno mai riconosciuti dalla società come veri profeti, nuovi cosmopoliti, eroi. Andare contro il sistema e non rispettare le regole imposte, li porta ad essere marginalizzati, ad agire da fuori, dal non-luogo, lì, dove non siamo. I margini sono i luoghi del combattimento, i luoghi di vera azione. Solo passando questo limite, questa linea e questo confine inesistente, ci si rende conto delle catene imposte. Essere un migrante vuol dire sapere vedere. Cogliere il vuoto, cogliere il soppresso: respirare di nuovo.

Il concetto di margine in sé impone alcune difficoltà. Il suo significato è duplice e contraddittorio. Da un lato, descrive una persona in continuo movimento e che di conseguenza non appartiene a nessun sistema prestabilito e codificato. Dall’altro si tratta di coloro chiamati ‘non addetti’, messi da parte, inerenti, immobili, nascosti alla luce della società. Costoro però migrano con il pensiero, che rende la loro presenza pericolosa e non accettata dalla società. Dicono che sono troppo sensibili: “sensibili alle foglie”[5]. Gli archivi di scritture che creano sono le loro armi. Si combatte con la scrittura. Con essa si cerca di volare, di andar via, verso luoghi inesistenti sulla mappa mondiale, paesi sconosciuti dove tutti diventano conosciuti, accettati, presenti, dove si lotta e si rimane visibile, lì dove non esiste la definizione di normalità. Sono questi paesi utopici che i due tipi di migranti cercano di raggiungere, conquistare e creare.

“Ci sono dunque paesi senza luogo e storie senza cronologia; città, pianeti, continenti, universi, di cui sarebbe certo impossibile trovare traccia in qualche carta geografica o in qualche cielo, semplicemente perché non appartengono a nessuno spazio. Probabilmente queste città, questi continenti, questi pianeti sono nati, come si vuol dire, nella testa degli uomini o, a dire il vero, negli interstizi delle loro parole, nello spessore dei loro racconti o anche nel luogo senza luogo dei loro sogni, nel vuoto dei loro cuori; insomma è la dolcezza delle utopie.”[6]


[2] Marcus Steinweg, Worldplay, p.24

[3] Nella mitologia Greca, Icaro, figlio di Dedalo viene rinchiuso dal re Minosse nel labirinto del Minotauro. Dedalo per salvarsi costruisce ali di piume e cera per suo figlio e se medesimo. Prima di spiccare il volo, il padre avvisa Icarus di non volare né troppo alto né troppo basso. Nel primo caso il Sole avrebbe sciolto le piume, nel secondo caso, l’acqua avrebbe appesantito le ali a tal punto da impedirgli di volare. Icaro, però, tenta di volare sempre più alto desiderando di raggiungere gli dei e toccare il cielo. Fu così che il sole sciolse le ali di Icaro che cadde in mare e morì.

[4] Nel loro libro “Mille piani” i filosofi francesi, G.Deleuze e F.Guattari, sviluppano il concetti di Rizoma: “Il rizoma connette un punto qualunque con un altro punto qualunque ed ognuno dei suoi tratti non rinvia necessariamente a tratti della stessa natura; mette in gioco regimi di segni molto differenti ed anche stati di non-segni. Il rizoma non si lascia riportare né all’uno né al molteplice. Non è fatto di unità ma di dimensioni o piuttosto di direzioni in movimento, non ha inizio né fine ma sempre un mezzo, per cui cresce e straripa.”

[5] Nicola Valentino, Sensibili alle foglie, in Dora Gracia, “Mad marginal: L’inadeguato”, Sternberg Press Berlino, 2010, p.70

[6] Michel Foucault, Utopie, eterotopie, Edizioni Cronopio, Napoli, 2008., p. 10

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