LETTERE AFRICANE. 1

 

English version below

Nyahururu, 30.01.2010

Carissimi amici,

queste mie prime settimane in Kenya sono volate via senza che me ne potessi neanche rendere più di tanto conto. Da quando sono atterrata qui, il 12 gennaio, non ho avuto un solo momento di tranquillità in cui fermarmi per metabolizzare ciò che ho vissuto in questo primo periodo. Ora che mi trovo costretta a letto, pare sia un passaggio obbligato dopo un po’ che stai qui e condividi ogni cosa con gli amici che ti stanno accogliendo, posso finalmente scrivervi per raccontare a voi ma anche a me stessa com’è stato questo primo impatto con la cittadina di Nyahururu e il Saint Martin. Nonostante io fossi già passata per di qua ben due volte, nel 2007 per due orette e lo scorso luglio per due giorni, devo dire che per me l’incontro con questa nuova realtà è stato davvero forte. Qui non si tratta più di passarci con occhi più o meno attenti, in compagnia dei tuoi amici, scortati da un missionario che cerca di mostrarti tante cose in poco tempo per farti intravedere come si lavora da queste parti, ma si tratta di iniziare a capire da soli dove ci si trova, come ci si sposta in questa cittadina, dove si vivrà per i prossimi anni, dove si andrà a lavorare, come ci si deve inserire in un ambiente che prima del tuo arrivo funzionava bene comunque, con un suo metodo e un suo ritmo ben preciso, con quali persone dovrai condividere i prossimi tre anni della tua vita…Sono salita in un treno in corsa (il Saint Martin) e devo dire che non è per niente facile starci dietro; ma è un gruppo meraviglioso e sono contenta di iniziare a farne parte. Sono tutti molto disponibili e pazienti..ormai sono abituati a noi wasungu (bianchi) e al nostro smarrimento iniziale e quindi cercano in tutti i modi di coinvolgermi nei loro discorsi e nelle loro attività senza però pretendere niente da me.

Tante davvero sono state le informazioni e le facce che mi si sono presentate in queste settimane ma niente o molto poco è quello che ho capito e che ricordo finora. So che è normale e tutti me lo continuano a ripetere, missionari e locali, ma certo è che una cosa è sapere che i primi mesi sono i più difficili e una cosa è provarlo. Non si è minimamente abituati a questo stadio di totale vulnerabilità e dipendenza dagli altri. In queste situazioni ti rendi davvero conto di aver bisogno di tutti . Quando nulla ti è famigliare, il posto, la gente, la lingua, le abitudini, anche le cose più semplici e sciocche diventano un problema. Qualche giorno fa sono stata ad Effathà, la comunità dove convivono don Gabriele, sei ragazzi disabili e dei volontari e mi sono resa conto di quanto sia simile la mia situazione a quella di quei ragazzi. Forse tutti siamo disabili, ognuno a modo suo, il problema è che molto spesso non ce ne rendiamo conto.

In queste prime settimane ho trascorso poi molto tempo al Talitha Kum, una casa per bambini orfani ed affetti da HIV/AIDS, per farmi coccolare un po’. Eh si, proprio così, dovrebbe essere il contrario ma in realtà mi sono resa conto che sono io ad avere bisogno di loro e non viceversa. Il primo giorno che sono andata a trovarli mi si sono stretti tutti attorno e Zippora, una delle ragazzine più grandi mi continuava a ripetere: “Non ti preoccupare, ci siamo noi adesso qui con te! Sappiamo cosa vuol dire non avere i genitori vicini, essere lontani da casa.. non ti preoccupare, ti aiutiamo noi”.. e poi tutti lì ad abbracciarmi. Brian, il più piccolo, voleva darmi anche la sua merenda pur di non farmi andar via perché sapeva che poi, una volta tornata a casa, sarei stata sola. Dei bambini orfani ed ammalati che si prodigano per farmi star bene.. come fai a non amarli già! La loro sensibilità e le loro attenzioni mi hanno letteralmente sconvolta e commossa. Senza che dicessi niente sono riusciti comunque a guardare più in là di tanti altri, sono riusciti a leggermi dentro come neppure io stessa ero riuscita a fare.I bambini sono eccezionali per questo: con loro non servono tanti discorsi capiscono tutto al volo! Attualmente sono 62, di un’ età compresa tra i 4 e i 16 anni. Sto cercando un po’ alla volta di imparare tutti i loro nomi: sono così contenti quando te li ricordi! Ecco, grosso modo l’inizio di questa nuova avventura.. una gran confusione! Tutti i missionari mi hanno già detto che ci metterò minimo qualche mese per capire dove mi trovo.. non devo avere fretta! Non a caso una delle cose che ripetono più spesso qui in Kenya è pole pole,ovvero, piano piano! Ci vuole pazienza e mi sa che questa è la prima cosa che devo imparare! A parte questo smarrimento iniziale, in ogni caso devo dire di essere molto felice qui.. non vorrei essere in nessun altro posto al mondo!

A presto e un abbraccio!

Alessia Fornelli

 

Nyahururu, 30.01.2010

Dear friends,

these my first weeks in Kenya have flown away without I could not make much account. Since I landed here, Jan. 12, I have not had a moment of tranquillity to stop and digest what I have lived in this first period. Now that I am confined to bed, seems to be a must after a while ‘you’re here and share everything with the friends you are taking on, I can finally write to tell you but also to myself, how was this first impact to the town of Nyahururu and Saint Martin. Although I had already passed through here twice, for two hours in 2007 and last July for two days, I have to say for me the encounter with this new reality has been very strong. This is not more than go through with eyes more or less careful, along with your friends, escorted by a missionary who tries to show you many things in a short time to get a glimpse of how it works around here, but this is starting to understand yourself where you are, how you move into this town, where you will live for the next year, where you will work as you can introduce in an environment that however worked well before your arrival, with his own method and a definite rhythm, with which people you need to share the next three years of your life … I went up into a moving train (Saint Martin) and I must say that it is not easy to keep up, but it is a wonderful group and I’m glad to join it. They are all very helpful and patient.. now they are accustomed to wasungu (white) and our initial loss and then try in all ways to involve me in their speeches and in their work without pretend anything from me.

It was presented me a Lots of information and faces during these weeks but nothing or very little is what I have understood, and I can remember till now.I know that is normal and everyone, missionaries and local, keeps saying to me, but one thing is certain does that know that the first months are the most difficult is different to try it.

You are not minimally used at this stage of complete vulnerability and dependence on others. In these situations you realize to have the need of ​​everyone. When nothing is familiar to you, the place, people, language, habits, even the most simple and foolish things become a problem.

A few days ago I went to Effathà, the communities where Don Gabriel, six disabled people and volunteers live, and I realized how similar was my situation to that of those guys. Perhaps we are all disabled, each in his way, the problem is that very often we do not realize it. In these first few weeks I spent that much time to Talitha Kum, a home for children orphaned and affected by HIV / AIDS, to pamper me a bit. Oh yes, exactly, should be the opposite, but in reality, I realized that I need them and not vice versa.

The first day I went to visit them, they have gathered all around me, and Zipporah, one of the older girls, kept saying: “Do not worry, there we are here with you now! We know what it means to not have their parents nearby, being away from home.. do not worry, we can help you “. and then they hug me.

Brian, the youngest, also wanted to give me his snack rather than let me go because he knew that then, once I came back home, I was alone. Orphans and sick people doing their best to make me feel good. How can’t you already love them! I was literally shocked and touched by their sensitivity and attention. They are able to look further than many others, to see through myself even as I was able to do, without saying anything. Children are exceptional: they do not need many words to savvy! Actually they are 62, from 4 to16 years old. I’m trying to learn all their names, they are so happy when you remember them! Here, roughly the beginning of this new adventure.. a mess! All missionaries have already told me that it will take me at least a few months to figure out where I am.. I do not have to hurry! In fact, one of the things that people repeat more often here in Kenya is pole pole, that means, slowly! It takes patience and I know that this is the first thing I need to learn! Apart from this initial loss, however I must say I am very happy here.. I would not be anywhere else in the world!

See you Soon and a hug!

Alessia Fornelli

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One thought on “LETTERE AFRICANE. 1

  1. Nataša Vasiljević says:

    Cara Ale, la tua lettera è così commovente, in tutta la sua apparente semplicità. Sarebbe bello se potessimo avere più storie di questi bambini incantevoli.. Grazie di essere li… Un abbraccio forte !!!

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