LETTERE AFRICANE. 3

English version below

Nyahururu, marzo 2010

Amici,

Habari (come state)? Ecco che sono trascorsi i primi due mesi della mia avventura africana .. mi sembra di aver lasciato l’Italia da anni ma invece .. è strano come ormai questa sia diventata la mia quotidianità .. anche se pur sempre nella confusione! A differenza di Riccardo, Alice (la mia coinquilina francese) e le due nuove ragazze olandesi che hanno iniziato pole pole (con calma), guardandosi prima intorno, uscendo con i vari programmi per conoscere meglio il lavoro del St. Martin e concentrandosi poi solo su una cosa alla volta, io ho avuto un inizio un po’ rocambolesco!

Essendo arrivata in un momento di passaggio, alla fine dell’ esperienza triennale di Luca (laico fidei donum di Padova) e in assenza di Riccardo, sono stata catapultata prima per un po’ al Public Relation Office dove mi sono trovata a dover imparare in fretta e furia tutto ciò che faceva Luca e che poi avrebbe dovuto imparare Riccardo. Sul più bello che iniziavo a capirci qualcosa arriva Riccardo (prima del previsto) e io vengo spostata al negozio del St. Martin (dove si vendono i prodotti di artigianato realizzati da alcuni beneficiari dei vari programmi) per aiutare Mary in assenza di Agnes, andata in maternità. Non che il lavoro mi entusiasmi (di certo non ho fatto tutta questa strada per venire a chiudermi in un magazzino a riordinare gli articoli, a metterci i codici e i prezzi e a controllare gli ordini!) ma cerco di imparare tutto il più in fretta possibile per potermi subito render utile.

Dopo soli pochi giorni mi viene chiesto di iniziare ogni mattina un workshop con i disabili di Effathà e di ridurre la mia presenza al negozio. La cosa come già vi ho anticipato nella scorsa lettera cari amici mi ha subito interessato ma… che fatica! Per la terza volta ho dovuto cambiare posto, colleghi e imparare tutto da capo. Tra l’altro in questo caso mi trovo nella posizione nuova di dover “dirigere i lavori” e di dover impostare questo nuovo progetto .. il tutto in compagnia di un simpatico gruppo di persone con cui non ho mai lavorato prima, che parlano solo Kikuyu o Swahili e non propriamente facili da gestire (tutti loro hanno diversi tipi di disabilità sia fisiche che mentali). Dovrebbero esserci degli assistenti e dei volontari ad aiutarmi nell’impresa ma in realtà per loro questo laboratorio è solo un momento per tirare un sospiro di sollievo. Abbiamo fatto diversi meeting per cercare di raddrizzare il tiro ma non sono serviti a niente.

Questo perché qui non è pensabile riprendere qualcuno direttamente … bisogna sempre cercare vie traverse per far sapere cosa si pensa e quindi vi lascio immaginare quanto tempo può passare prima che la notizia arrivi al diretto interessato. Dopo un’altra settimana mi viene chiesto di iniziare anche dei workshop di arte nei centri per ragazzini e ragazzine di strada o in situazioni di rischio. Non mi pareva vero, di cominciare finalmente a lavorare nel mio e a seguire il mio progetto iniziale. Infatti devo dire che è la cosa per cui mi sento più portata (lavorare con i bambini) e che mi sta dando le più grandi soddisfazioni. Sto cercando di iniziare un nuovo progetto all’interno del programma degli street children (bambini di strada): insegnare ai bambini ad usare le illustrazioni per comunicare le loro storie, i loro pensieri e i loro sentimenti.

Tutti hanno un passato davvero difficile alle spalle fatto di violenze, abbandoni, droga, solitudine e vita di strada e proprio per questo per la maggior parte di loro è davvero difficile riuscire ad esprimere a parole, in modo diretto il loro disagio. Così mi è stato chiesto da uno dei direttori del St. Martin, in accordo con i maestri dei vari centri, se potevo aiutarli a trovare altre vie. Ci vuole tempo e pazienza per inserirsi nelle vite di questi ragazzini in modo discreto, iniziare a conoscerli, fare in modo che si possano fidare di te ma sono sicura che si possa lavorare molto bene con loro. Il problema principale però è che circa ogni settimana c’è qualcuno di nuovo che arriva e qualcun altro che se ne va e così si deve ricominciare sempre tutto dall’ inizio senza avere il tempo di concludere il percorso già iniziato. Sono comunque tutti molto contenti di questa nuova attività e questa è la cosa più importante. Ogni volta che vado al D.I.C (il centro di prima accoglienza dei bambini di strada) per esempio, c’è un bambino, Godfrey, che mi mette in tasca un bigliettino con scritto: “ Grazie Alessia per essere venuta a passare del tempo da noi, ritorna tutte le volte che vuoi. Ti aspettiamo!”.. un semplice messaggio che ogni volta che lo ricevo mi fa venire la pelle d’oca e mi fa pensare che sono sulla strada giusta e che nonostante le difficoltà (e cari amici ce ne sono diverse) devo continuare ad andare avanti. Sto cercando anche il più possibile di coinvolgere nel workshop gli stessi insegnanti e soprattutto un gruppo di giovani volontari perché in tutto ciò che faccio cerco sempre di ricordarmi che non ha senso iniziare qualche cosa se non si coinvolgono pure le persone di qua .. fra tre anni me ne andrò e tutto questo altrimenti non sarà servito a niente. Piano piano sto imparando che la cosa più importante non è tanto arrivare ad un risultato, quanto arrivarci insieme.

C’è un proverbio qui in Kenya che dice: “Se vuoi arrivare primo corri da solo, se vuoi arrivare lontano cammina insieme”. Ogni giorno è una bella sfida cercare di combinare qualche cosa. Soprattutto per noi europei che siamo ossessionati dal fare e dall’ottenere nell’immediato dei risultati, arrivare dopo due mesi con la consapevolezza di non aver fatto niente e di averci capito anche meno, vi assicuro, non è facile da accettare .. a volte si ha la sensazione di non essere in grado di concludere niente, di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi. Niente qui è lineare, niente è come te lo aspetti e imparare a gestire questo korogocho (confusione) interiore che senti crescere ogni giorno dentro di te ..beh, è davvero dura! Anche la vita comunitaria a volte non è semplice .. in particolare con gli altri wasungu (bianchi). Sicuramente per me qui, a differenza di quanto potevo immaginare prima di partire, è più difficile relazionarmi con i miei coinquilini (Riccardo, una coppia di polacchi e una ragazza francese) piuttosto che con i kenioti. Alla fine, nonostante siamo tutti bianchi e tutti europei, veniamo tutti da paesi, culture, trascorsi e stili di vita molto diversi.

Non sempre riusciamo a trovare dei punti d’incontro e a volte la convivenza si fa davvero pesante. Forse il problema è che mentre nel relazionarci con gli africani già partiamo con l’idea che siamo diversi e dobbiamo essere pazienti gli uni con gli altri, rispettosi e attenti alla sensibilità altrui, tra di noi diamo per scontato tante cose, ci aspettiamo molto di più e siamo molto più intransigenti e severi nei giudizi. Per me adesso la più grande sfida è trovare il modo per superare le difficoltà in casa, di questa convivenza “forzata”. Per la prima volta mi trovo a dover vivere con persone che non mi sono scelta e con cui molto probabilmente, se fosse dipeso da me, non avrei mai avuto niente a che fare. Jean Vanier, il fondatore dell’ Arche (comunità dove persone “normali” e persone con disabilità convivono), dice che la cosa più difficile nella vita comunitaria è proprio questa: il fatto di essere costretti dalle circostanze ad accettare chi ci si presenta innanzi. Imparare ad accettare i limiti altrui ma soprattutto i propri che in queste situazioni ci si presentano innanzi costantemente. Sapete, è davvero facile amare questi bambini (poveri, malati, maltrattati), provare tenerezza per questi disabili (così inermi e bisognosi di cure), ma al contrario è così difficile a volte amare i propri colleghi di lavoro, i vicini di casa e i propri coinquilini con cui sentiamo di non avere niente in comune ed è ancora più difficile per non dire impossibile accettare i propri limiti e le proprie debolezze ed imparare a conviverci.

Ogni giorno mi si presentano innanzi, puntuali come un orologio, vorrei non vederli ma sono sempre lì, pronti a saltar fuori soprattutto nei momenti di stanchezza o di fragilità. Ecco cari amici le mie difficoltà: non il vivere lontano da casa, dalla famiglia e dagli amici, non l’essere in un paese straniero, non l’essere ogni giorno a contatto con gente di un’altra cultura e il trovarmi costantemente faccia a faccia con situazioni molto dure ma la semplice convivenza con qualcuno con cui non sento alcun tipo di feeling e la costante sensazione di essere un “poveretta”, imperfetta. Ma alla fine mi rendo pure conto che questo è l’uomo, un essere incompleto ed imperfetto e devo accettare la realtà che ahimè non sempre è come la vorrei. Ogni giorno cerco di fare del mio meglio ma spesso mi rendo conto che non è abbastanza e allora sale la tristezza. Questa mia esperienza africana ogni giorno è davvero scuola di vita per me e nonostante la stanchezza, le fatiche e le delusioni, non c’è giorno che non ringrazi per questo grande dono ricevuto. Domani è l’ultimo giorno di lavoro prima della chiusura del St. Martin per Pasqua ma in realtà non credo che avrò comunque modo di riposarmi più di tanto. Ho infatti deciso di ospitare alcuni bambini del Talitha Kum (casa per bambini orfani e sieropositivi) per un po’ di giorni: la maggior parte di loro passerà le vacanze a casa di alcuni parenti, che hanno accettato di ospitarli per periodi brevi ogni tanto (in genere a Pasqua e/o a Natale), ma alcuni di loro non hanno proprio nessuno, soprattutto i più piccoli, e così ho pensato che sarebbero stati contenti di cambiare posto e di fare qualcosa di diverso anche loro per un po’ di giorni.

Quindi cari amici, grandi preparativi in casa per accogliere questi bimbi, che ogni giorno che passa diventano sempre più speciali per me. Ecco fatto, credo che per il momento sia abbastanza … di cose da raccontare ce ne sarebbero tante ma a volte è davvero difficile concentrare il tutto in poche pagine … abbiate pazienza! Per il momento allora vi saluto e vi abbraccio!

A presto!

Alessia

Friends,
Habari (How are you)?
The first two months of my African adventure are passed .. It seems to have left Italy for years but instead .. it is strange how this became my everyday life .. although still in a mess! Unlike Riccardo, Alice (my French roommate) and the two Dutch girls who have started pole pole (slowly), first looking around, going out with various programs to learn more about the work of St. Martin and then focus only on one thing at once, I have had a beginning, a bit ‘daring!

I arrived in a moment of transition, at the end of  three years of Luca experience (lay Fidei Donum of Padua) and in the absence of Riccardo, I have been catapulted at first into the Public Relations Office for a while, where I found myself having to learn quickly fury all that Luca did and what would Riccardo have to learn. On the right moment when I began to understand something, Riccardo came (ahead of schedule) and I had to move to St. Martin’s shop (where they sell handicrafts made by some beneficiaries of various programs) to help Mary in the absence of Agnes, went on maternity. The job is not so exiting (of course I did not all this way to shut me up in a warehouse to reorder the items, put in the codes and check prices and orders!) But I try to learn everything as quickly as possible to render me useful.

After only few days they asked me to start each morning with a workshop for disabled of Effathà and reduce my presence at the store. The thing that immediately interested me, as I have already mentioned in the last letter dear friends but,… that effort! For the third time I had to change seats, colleagues and learn all over again. Among other things, in this case I am in the new position to “direct the work” and having to set this new project .. all in the company of a friendly group of people with whom I’ve never worked with before, who only speak Swahili or Kikuyu and not so easy to handle (they all have different types of disabilities both physical and mental). There should be assistants and volunteers to help in the undertaking but in reality for them, this workshop is only a moment to breathe a sigh of relief. We have made several meetings to try to straighten out the shot but do not help anything.

This is because here is no conceivable reproach someone directly … you must always try from the back door to let people know what you think and so you can imagine how much time can pass before the news gets to that person. Another week after they asked me to begin even the art workshops in the centers for boys and girls of the street or in risky situations. I couldn’t believe, I could finally start working on my and follow my original plan. In fact I must say it’s something I feel more inclined (to work with children) and that is giving me the greatest satisfaction. I’m trying to start a new project within the program of street children: teach children to use drawings to communicate their stories, their thoughts and their feelings.

Everyone has a past really hard made of violence, abandonment, drugs, loneliness and life on the streets and that is because for most of them is really difficult to express direct their discomfort with words. So It was asked me by the director of St. Martin, in accordance with the masters of the various centers, if I could help them find other ways. It takes time and patience to enter into the life of these kids in a discreet way, begin to know them, make sure that they can trust you but I’m sure we can work very well with them. The main problem is that nearly every week there’s someone new coming in and someone else goes and so you always have to start all over from ‘the beginning without having time to finish the journey already begun. I am still very happy with this new activity and this is the most important thing. Every time I go to the DIC (the reception center for street children), for example, there is a child, Godfrey, that puts in my pocket a note that read: “Alessia Thanks for coming to spend time with us, returns as often as you want. See you there! “.. a simple message that every time I receive gives me goosebumps and makes me think I’m on the right track and despite the difficulties (and dear friends, there are many) I have to keep going. I’m also trying to involve as much as possible in the workshop the teachers and especially a group of young volunteers because I always try to remind myself that in everything I do, does not make sense to start something if you do not even involve people from here .. I’ll be gone in three years and otherwise all this would not be helped. Slowly I’m learning that the most important thing is not to arrive at a result, but how to get there together.

There is a saying here in Kenya that says: “If you want to arrive first, run alone, if you want to go far walk together .” Every day is a challenge to try to combine something. Especially for us Europeans, obsessed from making and getting immediate results, understand two months after that I hadn’t make anything and understood even less, It is not easy to accept, I assure you, .. sometimes we have the feeling of not being able to conclude anything about not being able to achieve our goals. Nothing here is linear, nothing it is like you expect it and learn to manage this Korogocho (confusion) inner feeling growing inside of you every day .. well, it’s really hard! The community life is sometimes not easy .. in particular with the other wasungu (white). Certainly for me here, unlike what I could imagine before starting, it is more difficult to relate with my roommates (Riccardo, a Polish couple and a French girl) rather than with Kenyans. In the end, even though we are all white and all from Europe, we all come from very different countries, cultures, past and lifestyles.

We are not always able to find meeting places and sometimes it gets a really heavy coexistence. Maybe the problem is that while in relating with Africans we already start with the idea that we are different and we must be patient with each other, respectful and careful to the feelings of others people, from us we take for granted many things, we expect much, we are more and more intransigent and severe on judgments. For me the biggest challenge now is to find a way to overcome difficulties at home, of this “forced” coexistence. For the first time I find myself having to live with people that I haven’t chosen and which probably, if it were up to me, I never had anything to do. Jean Vanier, the founder of ‘Arche (community where “normal” people and people with disabilities live together), says that the hardest part in community life is this: to accept those who appear in front of us, being forced by circumstances. Learning to accept the limits of others but also ours that we have constantly head on in these situations. You know, it’s really easy to love these children (poor, sick, abused), feel tender for these disabled (so helpless and in need of care), but in contrary is so difficult sometimes loving your work colleagues, neighbors and their roommates with whom we feel we have nothing in common and is even more difficult if not impossible to accept their limitations and their weaknesses and learn to live with it.

Everyday they are in front on me, on time like a clockwork, I would not see them but they are always there, ready to leap out, especially in times of fatigue or weakness. Dear friends here is my difficulties: not live away from home, from family and friends, not being in a foreign country, not being in contact every day with people of another culture and constantly find myself face to face with harsh situations but simply living with someone you do not feel any kind of feeling and the constant feeling of being a “poor thing,” imperfect. But in the end I am well aware that this is a human, an incomplete and imperfect being , and I must accept the reality that unfortunately is not always as I wish. Every day I try to do my best but I often realize that it is not enough and so the sadness goes up . My African experience is an every day school life for me and despite the tiredness, the fatigue and disappointment, there is not a day that does not thank for this great gift received. Tomorrow will be the last working day before the Easter closing of St. Martin but actually I still do not think so much of the rest. I decided to host some of the children Talitha Kum (home for orphans and HIV positive) for a bit ‘of days: most of them will spend his holidays at home of some relatives, who agreed to host them for a short period from time to time (usually at Easter and / or Christmas), but some of them do not have anyone, especially children, and so I thought they would be happy to change seats and do something different for a bit too ‘days.

So dear friends, great preparations at home for these children, that each passing day are becoming more and more special for me. That’s it, I think that’s enough at the moment … there would be many things to be told but it’s really hard to squeeze everything into a few pages … be patient! At the moment, I say you good-bye and embrace you!
See you soon!

Alessia

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