LETTERE AFRICANE. 4

English version below

Nyahururu, Aprile 2010

Carissimi ,

come state?

Qui a Nyahururu tutto procede bene! Questa volta ho pensato che poteva essere molto più interessante per voi, più che leggere il solito “resoconto” mensile di ciò che sta combinando la sottoscritta quaggiù, iniziare un po’ a conoscere le persone con cui trascorro le mie giornate e con cui lavoro fianco a fianco ogni giorno. Sono molte le storie come ben potete immaginare perché tanti siamo qui al St. Martin e nelle varie comunità, ma proprio per questo tanto vale cominciare!

Durante le vacanze di Pasqua, ho ospitato qui a casa 4 bambini del Talitha Kum. Tutti gli altri sono andati a casa di alcuni parenti per qualche settimana ma per loro invece non c’ era nessuno disposto ad accoglierli. Dall’ oggi al domani mi sono trovata di colpo a fare la mamma! Sveglia alle 6 perché alle 6:30 in punto tutti loro devono prendere gli antiretrovirali (così come alle 18:30). Sono tutti ad uno stadio della malattia diverso e per questo il tipo di pastiglie e le dosi variano (la media però è di 4 pastiglie alla volta per ciascuno). Il giorno che sono andata a prenderli al Talitha Kum una delle suore della casa, sister Anna, mi ha fatto un corso accelerato sui dosaggi e poi mi ha preparato una borsa della spesa con tutte le medicine; pensare che dei bambini così piccoli devono prendere tutte queste pastiglie e che lo devono fare con regolarità per tutto il corso della loro vita se vogliono un’ aspettativa di vita maggiore, devo dire, mi ha fatto un certo che .. ma vedeste come sono bravi .. non un capriccio, non una lamentela! Devono poi mangiare molto durante i pasti sia per via delle pastiglie, sia per non essere troppo deboli e quindi esposti ad ogni sorta di malattia (per loro anche un semplice raffreddore può diventare un problema). Per fortuna in casa abbiamo Lucy, una signora fantastica che lavora da noi, anch’essa affetta da HIV e che proprio per questo conosceva meglio di me di sicuro quello di cui “i miei bambini” avevano bisogno. E poi organizzare le loro giornate, lavarli, fare il bucato, coccolarli tutti allo stesso modo (alla fine era questo lo scopo principale).. non posso certo dire di essermi riposata ma di sicuro posso dirvi cari amici che è stato bellissimo. Averli qui in casa e vederli felici, sempre con un gran bel sorriso stampato in faccia è stata davvero una gioia. Elizabeth, Victor, Njuguna e Keru sono stati una vera benedizione per me, i miei scacciapensieri in un periodo non proprio semplicissimo. Diciamo che sono stati più loro a far qualcosa per me più che io per loro. Elizabeth, a differenza della maggior parte degli altri bambini del Talitha Kum, ha ancora la mamma, che però è molto ammalata. La donna ha altri figli a cui pensare e per questo qualche anno fa ha preferito che Elizabeth, essendo una delle più grandi, vivesse altrove. Quando sono iniziate le vacanze però, Elizabeth era sicura che la mamma andasse a prenderla e così per tutto il giorno è rimasta ad aspettare in giardino con lo sguardo fisso verso il cancello ma alla fine nessuno si è fatto vivo. Non sto qua a dirvi quanto ha pianto e quanto è stato difficile consolare il forte senso di abbandono che ha provato in quel momento. Poi c’è Victor che ha perso la mamma quand’era piccolo e il papà solo due mesi fa. Ha un nonno e degli zii a Kisumu ma sono sempre ubriachi e totalmente incapaci di prendersi cura di lui. Ha anche una zia, Helen, di poco più grande di lui ma che vive anche lei al Talitha Kum proprio per le stesse ragioni. Infine ci sono i due più piccoli della casa, Keru e Njuguna, che non hanno invece proprio nessuno. Durante gli scontri tribali dopo le elezioni presidenziali del 2007, Keru con la mamma sono dovuti scappare dal posto in cui vivevano. Durante la fuga la donna, sieropositiva, si è sentita male ed è stata portata all’ospedale. Nella speranza di garantire al figlio un futuro migliore, ha pensato poi di lasciare lì il bambino e di andarsene ma è stata inseguita e picchiata: non per aver lasciato lì il bambino ovviamente ma per il semplice fatto di non aver pagato. Così per giorni madre e figlio hanno continuato a vagare sino a che non hanno trovato una casa vuota lungo la strada. Allora la donna ha pensato di chiudere Keru all’ interno e di andarsene un’ altra volta nella speranza che i vicini, trovando un bambini solo e così piccolo decidessero di prendersene cura. Ma dopo giorni che lo sentivano piangere l’unica cosa che fecero fu quella di chiamare la polizia. Alla fine, dopo vari spostamenti Keru è arrivato al St. Martin e da lì al Talitha Kum. Njuguna invece per giorni è rimasto vicino alla mamma morta fino a che i vicini, sentendolo piangere, non hanno deciso di chiamare la polizia. Mamma e figlio allora sono stati entrambi portati all’ospedale. Il bambino è stato messo in una stanza da solo in attesa che qualche parente si facesse vivo. Nello stesso periodo un altro bambino del Talitha Kum era ricoverato nello stesso ospedale. Ogni giorno le suore e gli altri bambini della casa passando per la stanza dove era stato chiuso Njuguna, dalla finestra lo vedevano sempre più solo, triste e malnutrito e così decisero di fare qualcosa per lui. Quando fu chiaro che nessuno sarebbe mai venuto a cercarlo, in accordo con medici e polizia, il bambino fu affidato allora al Talitha Kum.

 

Ogni mattina vado a Boston House per il crafts workshop con gli amici di Effathà: Musa, Wachuka, Monyua e Mwihaki. Cinque sono “i bambini” in Effathà (loro 4 più Paul, che lavora però come giardiniere al St. Martin): in realtà nessuno di loro lo è dal momento che grosso modo (nessuno sa gli anni precisi) le loro età si aggirano attorno alla 20ina ma qui in Kenya non esiste nessun modulo per registrare le case che accolgono persone con disabilità e così questo risultava essere Effathà prima di venir ufficialmente riconosciuta come una delle case dell’ Arche international: una casa per bambini. Quando Musa è nato e sua mamma si è accorta che il bambino era disabile l’ha immediatamente abbandonato nella discarica. Una donna che passava di là e l’ha sentito piangere, l’ha accolto in casa. Non conoscendo il nome del bambino ha deciso così di chiamarlo Musa (Mosè) perché è stato trovato e Kirokote, che in kiswahili vuol dire “trovato nella discarica”. La nuova mamma di Musa però era sieropositiva e così dopo qualche anno è morta lasciandolo solo con la nonna, molto anziana e non in grado di prendersi cura di lui. Adesso Musa vive ad Effathà, è questa adesso la sua nuova casa e le altre persone che ci vivono sono la sua famiglia. Nonostante abbia delle serie disabilità sia fisiche che mentali, posso assicurarvi che per me è sempre una gioia vederlo e passare del tempo con lui. Ogni giorno mi stupisce con la sua allegria e delicatezza, è sempre attento ai bisogni di tutti, così gentile nei modi … nonostante parli solo il kiswahili e io solo l’inglese è incredibile come sia facile comunicare con lui! E poi si impegna veramente tanto al workshop, vuole davvero imparare e sta facendo dei grossi progressi ogni giorno. Wachuka invece è anche lei stata abbandonata dalla madre subito dopo la nascita ed è stata cresciuta dal padre, un poliziotto sempre ubriaco che per anni l’ ha portata con sé nei bar permettendo che la figlia subisse ogni tipo di violenza. Un giorno mentre era sotto gli effetti dell’alcohol ha ucciso uno e così è finito in prigione lasciando Wachuka senza nessuno. Adesso Wachuka è uno dei membri di Effathà, non parla ma è incredibile come sappia farsi capire e rispettare. Ieri sono venuti tutti qui a casa per festeggiare il primo compleanno della piccola Sara, la figlia della coppia polacca con cui vivo, e vorrei che aveste visto come Wachuka ha ballato ininterrottamente per ore insieme a Musa, Mwihiaki, Monyua e Paul. Monyua e Mwihiaki invece sono entrambi stati trovati dai colleghi del CPPD (Programma comunitario per persone con disabilità del St. Martin) in condizioni di estrema povertà e disagio. Entrambi non parlavano ed erano totalmente chiusi in sé stessi: adesso Monyua è un po’ la mascotte della casa e Mwihaki è incontenibile, non parla ma è un vulcano di energia. Per me tutti loro sono ogni giorno una scoperta. Non avevo mai lavorato prima con persone con disabilità ma devo dire che ogni giorno mi insegnano a vivere con semplicità e gratuità.

Per il momento cari amici vi saluto,

a presto e un abbraccio dal Kenya e da tutto il St. Martin!

Alessia

Nyahururu, April 2010

Dear friends,

how are you?

Everything is going fine here in Nyahururu! This time I thought it would be much more interesting for you to read more than the usual Monthly “report” on what I am combining down here, starting to know a little the people with whom I spend my daily life and working alongside each day. There are many stories as you can well imagine because we are so many here at St. Martin and at the various communities, but for this reason you might begin as well from somewhere!

During the Easter holidays, I hosted here at home 4 children of Talitha Kum. All the others went to the house of some relatives for a few weeks but for them instead there was no one willing to accept them. Suddenly I became a mom! Wake up at 6 o’clock because at 6:30 all of them need to take anti-retrovirus (as at 18:30). They are all in a different stage of the disease and the kind of pills and doses vary (though the average is 4 tablets at a time for each). The day I went to get them at Talitha Kum house one of the nuns, Sister Anna, made me a fast course on doses and then she prepared a shopping bag with all medicines. Thinking of these children, so young, they should take all these pills and they must do it with regularity throughout the course of their lives if they want a life expectancy increased, I must say, It made me confused .. but you have to see how good they are .. not a fad, not a complaint! then they must eat a lot during meals due to the pads, and to be not too weak and vulnerable to all sorts of disease (for them even a simple cold can be a problem). Luckily we have Lucy in the house, a wonderful lady who works with us, also affected by HIV and, because of that   for sure she knew better than me what “my kids” needed. And then organizing their days, cleaning them, do laundry, pampering them all the same (at the end was the primary purpose) .. I can not say I rested but for sure I can tell my friends that it was beautiful. Having them here at home and see them happy, always with a big smile on their faces was really a joy. Elizabeth, Victor, Njuguna and Keru have been a real blessing for me, my harp in a time not so simple. Let’s say they were doing something more for me than I did for them. Elizabeth, unlike most of the others children of Talitha Kum, she still have her mother, but she is very ill. The woman has others children to take care of and for that reason a few years ago she preferred that Elizabeth, being one of the oldest, moved elsewhere. However when holidays started, Elizabeth was sure that her mother would come to pick her up,  so she remained all day waiting in the garden staring at the gate but in the end no one showed up. I’m not there to tell you how she cried and how difficult was to console the strong sense of abandonment that she felt at that time. Then there’s Victor, who lost his mother when he was little and his father only two months ago. He has a grandfather and uncles in Kisumu but they are always drunk and totally incapable of taking care of him. He also has an aunt, Helen, a little older than him but she also lives at Talitha Kum precisely for the same reason. Finally there are the two smallest of the house, keru and Njuguna, who does not have anyone. During the tribal clashes after the presidential elections of 2007, keru with his mother had to run off  from the place where they were living. During the escape the woman, HIV positive, felt a faint and was taken to the hospital. Hoping to secure to his son a better future, she thought about leaving her child there and go away, but was chased and beaten, not for leaving the kid there, of course, but simply because they did not pay. So, mother and son continued to wander for days until she found an empty house down the road. So she decided to close keru inside and leave as the last time hoping that the neighbors, finding a small child alone would have decided to take care of him. But after some days that he was heard crying the only thing they did was to call the police. Eventually, after several trips keru arrived at St. Martin and from there to Talitha Kum. Njuguna remained close to his mother died for days until the neighbors, hearing he crying, they decided to call the police. then Mother and son both were taken to the hospital. The child was placed in a room alone waiting for a possibly relative. At the same time, another child of Talitha Kum was admitted in the same hospital. Each day sisters and others children at home passed through the room where Njuguna had been closed , from the window they saw him more and more lonely, sad and malnourished so they decided to do something for him. When became clear that no one would ever find him, according to doctors and police, the boy was then entrusted to Talitha Kum.

Every morning I go to Boston House for the crafts workshops with friends of Effathà: Musa, Wachuka, and Monyua Mwihaki. Five are “children” of Effathà (4 of them over Paul, who works as a gardener, however, to St. Martin): in fact none of them has since roughly (no one knows the exact year) their ages are around 20 yo, but here in Kenya there is no form to record the houses that accommodate people with disabilities and so it turned out to be Effathà before being officially recognized as one of the houses of  Arche International: a children’s home. When Musa was born and his mother became aware that the child was disabled immediately she abandoned him in the landfill. A woman who was passing by and heard him cry, he received him at home. Not knowing the name of the child she decided to call him Musa (Moses) because he was found and Kirokote, which in Kiswahili means “found in the dump.” The new mother of Musa was HIV positive, and so after few years she died, leaving him alone with his grandmother, a very old woman and unable to care of him. Now he lives in Effathà, this is now his new home and the other people living there are his family. Although he had both physical and mental disabilities, I can assure you that for me is always a joy to see him and spend time with. Every day he amazes me with his joy and delicacy, he is always caring to the needs of everyone, in a way so gentle … despite he only speaks Kiswahili and I can only speak English it is amazing how easy is to communicate with him! And then you truly committed to both workshops, really wants to learn and is making great progress every day. Wachuka was shortly abandoned by her mother  after birth and raised by his father, a cop who’s always drunk for years, he brought her in bars allowing making to the child any kind of violence. One day while he was under the influence of the Alcohol killed one person and so he ended up in prison leaving Wachuka with no one. Wachuka is now a member of Effathà, does not speak but it’s amazing how knows to be understood and respected. Yesterday they all came here at home to celebrate the first birthday of little Sara, the daughter of the Polish couple I live with, and I wish you had seen how Wachuka danced for hours together with Musa, Mwihiaki, Monyua and Paul. Monyua Mwihiaki and instead have both been found by colleagues of CPPD (Community Programme for people with disabilities in the St. Martin) in conditions of extreme poverty and hardship. Neither of them spoke and they were totally closed in themselves: Monyua now is a like the mascot of the house and Mwihaki is unstoppable, he does not speak but he is a volcano of energy. To me, all of them are an every day discovery. I had never worked before with people with disabilities but I must say they teach me every day to live with simplicity and generosity.

At the moment, dear friends, I greet you,

see you soon and a hug from Kenya and around the St. Martin!

 

Alessia


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