LETTERE AFRICANE.5

English version below

Nyahururu, maggio 2010

Cari tutti,

eccoci arrivati al nostro appuntamento mensile! Come state? Questa volta vorrei iniziare col raccontarvi un episodio che mi è capitato giusto qualche sera fa. Stavo aspettando agli uffici del St. Martin per andare, come ogni sabato sera, al Talitha Kum a mostrare un cartone animato ai bambini. Saranno state le 18 e a quell’ora tutti i colleghi se ne erano già tornati a casa. C’eravamo solo io e il watchman (il guardiano notturno) in un silenzio raro da trovare da queste parti. Ad un certo punto mi sono accorta che fuori dal cancello c’era un ragazzino seduto per terra. Ho subito pensato stesse aspettando qualcuno e così non c’ho fatto più di tanto caso. Nel frattempo è arrivato Maurice, abbiamo caricato il proiettore in macchina e stavamo quasi per partire quando mi sono accorta che il bambino era ancora lì, dopo quasi una mezz’oretta.

Dear all,

Here we are at our monthly appointment! How are you? This time I would begin by telling you an episode that happened just few nights ago. I was waiting at St. Martin’s offices to go, like every Saturday night, to Talitha Kum to show a cartoon to the children. It was about 6pm and at that hour all colleagues were already came back home. It was just me and the watchman (the nocturne guardian) in a quiet rare silence, difficult to find here. At some point I realized that out of the gate there was a little boy sitting on the ground. I immediately thought he was waiting for someone and so I did not care about it. Meanwhile Maurice arrived, we picked up the projector in the car and we were leaving when I realized that the kid still was there, after almost half an hour.

Sono allora uscita dalla macchina e ho pensato di andargli a parlare, tanto per assicurarmi che fosse tutto ok. Quando gli sono stata un po’ più vicina però, anche se era di spalle, l’ho riconosciuto subito: quel bambino era Wachira, uno dei ragazzini del D.I.C (uno dei centri per bambini di strada). Cari amici, non so spiegarvi che ansia mi è salita all’idea che fosse tornato in strada un’altra volta. Fachira è un bambino molto difficile, più di altri. Molto timido e riservato ma allo stesso tempo bisognoso di attenzioni. A quel punto inizia a raccontarmi di essersene andato dal centro perché aveva capito che anche lì a nessuno importava più di tanto di lui e così ha pensato che tanto valeva tornarsene in strada e vivere da solo. Dopo qualche giorno che vagava per la città di Nyahururu, sotto una pioggia senza sosta, ha iniziato però ad avere freddo, fame e ad avere paura per quello che poteva capitargli, soprattutto di notte e così ha pensato di venire agli uffici nella speranza di poter essere riammesso al DIC.

So I exit the car and I thought to speak to him, just to make sure that everything was ok. However, when I was a little bit ‘closer, even if it was from the back, I recognized him immediatly: that kid was Wachira, a children of the D.I.C (one of the centers for street children). Dear friends, I can not explain the anxiety has risen up to the idea that he came back on the road again. Wachira is a very difficult child, more than others. Very shy and reserved but at the same time in need of attention. At that point he begins to tell me that he went out from the center because he realized that even there no one cared that much about him and so he thought he might as well go back living alone to the street. After few days wandering through the town of Nyahururu, under a non-stopping rain, he starts to be cold, hungry and afraid for what could happen to him, especially at night and so he thought about coming to offices hoping to be readmitted at D.I.C.

 

Quando Wachira però è arrivato al St. Martin, l’ha trovato vuoto perché l’orario lavorativo era già finito e il week end iniziato. A quel punto cosa potevo fare, io, l’ultima arrivata? Ho chiesto subito allora il numero di qualcuno da chiamare per farmi dire come muovermi ma alla mia richiesta Maurice si è messo a ridere e mi ha ricordato che ci sono delle regole da rispettare e che per questo quel bambino era giusto che rimanesse lì dov’era almeno fino a martedì. Lì per lì veramente la mia testa si rifiutava di capire, com’è possibile che per seguire dei regolamenti si permetta ad un ragazzino di continuare a vivere sulla strada. Non mi sono data pace allora fino a che non sono riuscita a parlare con uno dei responsabili del programma per bambini di strada e a far riportare Wachira al DIC.

However when Wachira came to St. Martin, he found it empty because the working hours was over and the weekend was started. At that point what could I do, me, the last arrived? I immediately asked the number of someone to call to tell me how could I do but when I asked it, Maurice laughed and reminded me that there are rules to respect and because of that it was right that the kid would rest there until Tuesday. At first my mind refused to understand, how could it be possible that in order to follow regulations could be allowed to a child to continue living on the street. I couldn’t stay in peace until I could talk to one of the leaders of the program for street children and manage to bring Wachira to D.I.CD

Qualche giorno dopo vado al St. Rose (centro per bambine a rischio) ed è quasi deserto: le tre ragazzine più grandi hanno deciso di scappare quella stessa mattina. Tutto sembrava procedere nella normalità e a me sembrava allucinante che nessuno si mobilitasse per andarle a cercare. Sono andata allora a parlare con Esther, la coordinatrice del programma e l’ho trovata sola, in ufficio, a piangere. Era terrorizzata all’idea che potesse succedere qualcosa di brutto a Rose, Jane e Regina e cosa che la faceva ancor più soffrire era quel senso di impotenza che spesso ci viene a far visita e ci opprime. Più di denunciare la cosa alla polizia, sapendo sin dal principio che è cosa inutile (a chi interessa la cosa? Sono solo tre ragazzine come tante altre..), non è possibile fare. Andarle a cercare è totalmente senza senso perché potrebbero essere ovunque.. basta che abbiano preso un matatu (mezzo pubblico locale) e chi le trova più.

A few days later I went to St. Rose (center for girls at risk) and was almost deserted: the three older girls decided to run away that morning. Everything seemed normal and I was shocked because  no one was mobilized to look for them. So I went to talk with Esther, the coordinator of the program and I found her in the office, crying. She was terrified that something bad could happen to Rose, Jane, and Regina, and what made her suffer even more was that sense of helplessness that often comes to visit and oppress us. You can not do more than report the matter to the police, knowing that it is useless (who cares about it? They are only three girls, like many others ..). Looking for them is totally unsense because they could be anywhere … they could have took a matatu (local public transport) and those who find them.

Dopo qualche giorno sto passeggiando per la strada e chi incontro? Tre bambini del DIC di 7,8 e 9 anni di nuovo in strada. Tutti loro erano arrivati al centro solo qualche giorno prima dopo vari mesi che i nostri social workers lavoravano con loro per le vie di Nyahururu per convincerli e cambiare vita. Nel mio piccolo ho cercato anch’io quella mattina di convincerli a tornare al DIC ma com’era prevedibile senza successo. Mi hanno abbracciata, ringraziata e salutata. Cosa li spinga a scappare di casa e a preferire la vita di strada mi è molto chiaro (violenze domestiche, povertà, abbandono, etc.) ma cosa faccia loro preferire il tornarsene in strada a sniffare colla, a dover frugare nelle immondizie per poter mettere qualcosa sotto i denti, a soffrire il freddo e ad essere esposti ad ogni tipo di violenza piuttosto che continuare a vivere al sicuro nei centri dove hanno cibo, vestiti, degli insegnanti che si prendono cura di loro in attesa di trovare loro una famiglia disposta a accoglierli, per me rimane ancora un gran mistero. È vero amici, a volte a noi non è proprio dato capire. Sul più bello che credo ogni volta di essere sulla strada giusta, mi accorgo di non aver capito proprio niente.

After some days I was walking down the street and who I met? Three children of the DIC of 7.8 and 9 years on the road again. All of them had come to the center only few days before, after the first several months during when our social workers were working with on the streets of  Nyahururu convincing them to change their lives. In my own that morning I tried to convince them to come back in DIC but predictably with no success. they embraced, thanked and saluted me. What drives them to run away from home preferering the street life is very clear to me (domestic violence, poverty, abandonment, etc..) But what makes them to prefer to come back to the streets sniffing glue, having to rummage in garbage to put something under the teeth, to suffer the cold  and to be exposed to all kinds of violence rather than continue to live safely in the centers where they could have food, clothing, teachers who take care of them waiting to find a family willing to accept them for me is still a great mystery. It is True dear friends, sometimes we are not allowed to understand. Every moment that I think to be on the right track, I realize I have understood nothing.

Ogni volta cerco di ricordarmi che sono io a non avere ancora le chiavi di lettura per capire a fondo le situazioni di qui ed è per questo che ogni volta mi sforzo di non giudicare ma mi ripeto che devo darmi solo il tempo per ascoltare e guardare. Mi fido dei miei colleghi e so che sono delle ottime persone e che si fanno in quattro per aiutare la propria gente a crescere. Sono convinta del fatto che conoscono meglio di me le situazioni nel loro paese e che sono in grado di pensare a delle soluzioni sicuramente più giuste ma a volte è così difficile. La scorsa settimana sono stata con Priscilla del CPSNC (Programma comunitario per bambini di strada e in situazioni di disagio) a far visita ad un altro Wachira, un bambino che per lungo tempo è stato prima al DIC e poi al REHAB e che da un mesetto è stato riabilitato e reinserito nella sua famiglia d’origine. Siamo state nella scuola primaria che ha ricominciato a frequentare per un colloquio con il direttore ed è stato così triste scoprire che nulla è cambiato. Samuel continua ad essere maltrattato e sfruttato dai propri genitori e a rimanere per giorni e giorni senza niente da mangiare. L’abbiamo trovato molto dimagrito, con un solo paio di pantaloni, una maglietta e un maglione blu (l’uniforme scolastica è l’unica cosa che possiede e senza la quale non potrebbe neppure andare a scuola) e così triste. Per tutto il tempo ha cercato nonostante tutto di difendere i propri genitori dicendo che in famiglia sono in tanti, che non c’è abbastanza cibo per tutti, che stanno facendo del loro meglio, che è giusto che lui lavori in casa perché è uno dei fratelli maggiori e così via… tutto questo con gli occhi pieni di lacrime. Prima di ritornarsene in classe ci ha solo detto: “Salutatemi tutti i bambini dei centri e dite loro di pregare tanto per me affinché possa continuare a studiare e ad essere forte e coraggioso”. Il prossimo mercoledì ci sarà un incontro tra il direttore della scuola di Wachira, il capo villaggio, il consiglio degli anziani, i genitori del bambino e alcuni colleghi del St. Martin e cercheranno insieme una soluzione. Se fosse dipeso da me, in quel momento l’avrei portato via da là senza aspettare un secondo di più ma avrei fatto un grande errore perché come il St. Martin mi insegna ogni giorno la soluzione ad ogni problema è da ricercare “Solo attraverso la comunità”. Prima di salutarvi colgo l’ occasione per ringraziarvi tutti per la vostra vicinanza e il vostro sostegno. Vi ringrazio anche a nome di tutti qui per l’aiuto che ci state dando per i bambini del Talitha Kum .. sono tutti eccitati adesso all’idea di avere degli amici anche a Venezia, la città “piena di acqua”!!!A presto!

Everytime I try to remind me that I still have not the keys to fully understand the situation here and that’s why every time I try not to judge but I need only to take me time to listen and watch. I trust in my colleagues and I know they are good people and they are working hard to help their people grow. I am convinced that they know better than me the situation in their country and are able to think on solutions certainly more right but sometimes it is so difficult. Last week I was with Priscilla’s CPSNC (Community Programme for street children in distress) to visit another Wachira, a child who was at first at DIC and then at REHAB and has been rehabilitated and reinstated in his original family, one mounth ago. We went to the primary school, that he begun to attend, for an interview with the director and it was so sad to recognised that nothing changed. Samuel continues to be abused and exploited by their parents, staying for days and days with nothing to eat. We found it very thin, with only one pair of pants, a shirt and a blue sweater (the school uniform is the only thing he has and without which he could not even go to school) it is so sad. All the time he tried to defend their parents saying that the family is big, there is not enough food for everyone, they are doing their best, that is right that he works at home because it is one of the older brothers and so on … all this with his eyes full of tears. Before coming back to the class he just said, “Greet all children at the centers and tell them to pray for me to make me able to study and to be strong and brave.” There will be a meeting next Wednesday between the Director of the School of Wachira, the chief of the village, the elders, the child’s parents and colleagues of St. Martin, trying to find a solution together. If it was up to me at that moment I would have taken him away from there without waiting a second, but I made a big mistake because as St. Martin teaches me every day the solution to every problems could be found “Only through community “. Before I say you goodbye I would like to take the opportunity to thank you all for your care and your support. I also thank you on behalf of everyone here for the help you are giving to the children of Talitha Kum .. Now they are all excited about having some friends in Venice, the city “full of water”! See you soon!

 

Alessia

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One thought on “LETTERE AFRICANE.5

  1. Vorrei cliccare mi piace perchè ho letto con interesse. Ma non me la sento, una realtà così dura non può generare un mi piace. Però mi piace che ci siano persone come te che ci lavorano. Ti dico solo brava e grazie.
    robert

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